Le ordinanze comunali anti-caldo impongono lo stop ma non prevedono compensazioni economiche
“In media guadagno 70-75 euro al giorno”, ha raccontato un rider. “Da quando sono costretto a fermarmi nelle ore centrali della giornata, però, arrivo a malapena a trenta”. Il calcolo è brutale: una giornata di lavoro dimezzata, anzi ridotta a meno della metà, con gli stessi costi fissi e lo stesso bisogno di portare a casa una cifra decente. Il messaggio implicito suona così: proteggerti dal caldo significa toglierti due terzi del reddito. Non è una rivendicazione di categoria, è uno scontro tra due diritti che dovrebbero essere alleati e invece, nella pratica, si fanno la guerra.
Guadagnare 30 euro per non morire di caldo
Lo sciopero bolognese di giugno non è stato un episodio isolato, ma l’innesco di una reazione più ampia. Nei giorni scorsi, i rider di Glovo e Deliveroo hanno scioperato in alcune grandi città italiane con modalità diverse: c’è chi ha spento l’app per un paio d’ore e chi ha manifestato sotto le sedi delle piattaforme. La scintilla è sempre la stessa: il nodo delle ordinanze comunali che impongono lo stop durante le ondate di calore, in applicazione del decreto 62, ma che non prevedono alcun meccanismo di compensazione economica. Il lavoratore autonomo, per definizione, si ferma e non guadagna. Il lavoratore subordinato, invece, ha diritto a tutele che vanno dalla cassa integrazione per eventi climatici alla riorganizzazione dell’orario senza decurtazioni. I rider, nella stragrande maggioranza dei casi, stanno in un limbo: formalmente autonomi, di fatto soggetti a obblighi di protezione che li costringono a un’inattività non retribuita.
Il paradosso è tutto in quei trenta euro. Non sono il frutto di una contrattazione, ma il risultato di un incastro regolatorio che nessuno sembra aver progettato consapevolmente. I comuni ordinano lo stop, le piattaforme lo applicano, i rider smettono di ricevere ordini. Nessuno paga il tempo vuoto. E così la protezione dal caldo, formalmente ineccepibile, si trasforma in un taglio lineare del reddito mensile. La piazza lo ha capito prima dei tavoli istituzionali, e ha provato a dire una cosa semplice: se il lavoro su piattaforma è così flessibile da non garantire un reddito quando si è costretti a fermarsi, allora non è un problema di temperatura, ma di statuto giuridico.
La direttiva europea e la frattura tra piattaforme
Da Bologna a Bruxelles, il filo rosso è la direttiva europea sulle piattaforme digitali. Già dall’accordo tra Consiglio e Parlamento Europeo dell’8 febbraio 2024 è stato introdotto un principio chiaro: il rapporto tra piattaforma e lavoratore si presume subordinato quando emergono fatti che indicano controllo e direzione, secondo le norme e le prassi nazionali. Non un automatismo universale, ma una presunzione legale ribaltabile: sta alla piattaforma dimostrare che il rider è davvero autonomo, se vuole evitare l’assunzione. Una regola che, se applicata senza scappatoie, cambierebbe radicalmente la geografia del settore in Italia, dove oggi la maggioranza dei fattorini opera con partita Iva o contratti di collaborazione occasionale.
La spaccatura tra le piattaforme è già sotto gli occhi di tutti. Just Eat, che in Italia utilizza il modello di assunzione diretta “Scoober” – già attivo in Germania, Danimarca, Austria e Svizzera – ha fatto sapere che i propri rider non avrebbero aderito agli scioperi. Una presa di posizione che equivale a dire: noi il problema del caldo lo gestiamo con contratti da dipendenti, per cui lo stop non si traduce in un taglio del reddito. Glovo e Deliveroo, invece, restano ancorate al modello dell’autonomia, e i loro fattorini sono scesi in strada. La direttiva europea spinge verso il modello Just Eat, ma il recepimento nazionale può fare la differenza tra un obbligo reale e un’ennesima norma aggirabile. Ed è qui che l’Italia è in ritardo.
Il decreto atteso
Mentre i rider manifestavano sotto il sole di luglio, il Ministero del Lavoro era alle prese con il recepimento della direttiva piattaforme. La ministra Marina Calderone ha dichiarato che si è “in fase avanzata di recepimento” e che il testo “andrà in Consiglio dei Ministri a breve”. Parole che arrivano a più di due anni dall’accordo europeo, in un contesto in cui le ordinanze comunali anti-caldo stanno già producendo effetti concreti – e contraddittori – senza che esista una cornice nazionale in grado di sciogliere il paradosso.
Il decreto, quando arriverà, dovrà stabilire come e quando scatta la presunzione di subordinazione, quali tutele scattano per i lavoratori costretti a fermarsi per cause di forza maggiore, e con quali risorse si garantisce che la protezione non si traduca in un’ulteriore precarizzazione economica. La domanda non è se l’Italia recepirà la direttiva – prima o poi lo farà – ma se il testo riuscirà a evitare che il conto della protezione continui a essere pagato solo dai rider. Finora, è andata esattamente così. Riuscirà il decreto a distribuirlo meglio? La risposta, per ora, è nelle pieghe di un provvedimento che nessuno ha ancora letto.




