Un declino dalle 836 tonnellate annue negli anni Ottanta al divieto del 2008.
Negli anni ’80, le pescherie legali cubane di tartarughe marine sbarcavano in media 836 tonnellate metriche all’anno. Quando Cuba chiuse la pesca, nel 2008, la cattura legale annuale era scesa sotto le 15 tonnellate. Il prelievo si è ridotto di oltre il 98 per cento in poco meno di tre decenni: da una media di 836 tonnellate a meno di 15. Non è stato un divieto arrivato all’improvviso, ma una curva che cambia direzione, documentata scientificamente e trainata da una figura precisa: Félix Moncada.
Il dato di partenza va letto rispetto a due coordinate. La prima è temporale: 836 tonnellate medie annue negli anni ’80, quando la pesca era ancora diffusa. La seconda è normativa: già nel 1936 il Decreto-Legge n. 704, la “Ley General de Pesca”, aveva fissato una stagione di chiusura per i cheloni marini durante la riproduzione. Cuba non è partita da zero sul fronte delle regole.
Da 836 a 15 tonnellate: il crollo silenzioso
La svolta vera arriva nel 1994. Da quell’anno, la cattura legale fu limitata a due comunità di pescatori tradizionali, Nuevitas e Cocodrilo. Il prelievo diventa un’attività residuale, non più una filiera industriale. Quando la risoluzione ministeriale del gennaio 2008 pose fine alla cattura, la quantità legale era già sotto le 15 tonnellate metriche all’anno. Il divieto non ha spento una pesca fiorente: ha formalizzato un declino già in atto.
Il processo è stato progressivo. Prima si restringe l’area e la platea dei pescatori, poi si chiude la pesca, infine si estende il divieto. Nel 2011, un’ulteriore regolamentazione ha proibito la cattura, l’uso o il commercio di tartarughe marine, tranne che per ricerca e conservazione. Anche qui la logica è coerente: non si elimina soltanto l’attività estrattiva, si impedisce anche che il prodotto possa circolare.
Moncada e il centro: la scienza dietro lo stop
La curva delle catture non basta a spiegare lo stop. Serve capire chi l’ha misurata e chi ha spinto per il divieto. La risoluzione ministeriale del gennaio 2008 è stata il risultato di uno sforzo congiunto tra il Ministero della Pesca di Cuba e il WWF, con finanziamento della CIDA. Non un atto unilaterale, ma una decisione costruita su dati e su una collaborazione internazionale.
Il cuore tecnico di quel lavoro è il Centro di Ricerca sulla Pesca. Una sovvenzione WWF/CIDA di oltre 400.000 dollari ha sostenuto la trasformazione del Centro in hub regionale per la conservazione e la ricerca sulle tartarughe marine. Ed è il Centro l’istituzione più produttiva nella ricerca cubana sulle tartarughe marine, come emerge da una revisione della letteratura.
Qui entra in scena Félix Moncada. Biologo della pesca e capo del Programma di Tartarughe Marine presso il Centro de Investigaciones Pesqueras, è stato identificato come l’autore più prolifico nella ricerca cubana sulle tartarughe marine tra il 1994 e il 2021. Ha contribuito a 40 delle 78 pubblicazioni esaminate: più della metà. Non è un dettaglio bibliografico. È la misura di quanto la produzione scientifica, in quel campo, sia passata attraverso una sola persona.
Quaranta firme su settantotto: il prossimo numero da osservare
Se il Centro è diventato un hub regionale anche grazie a quei 400.000 dollari, la produttività resta concentrata. Quaranta firme su 78 pubblicazioni non sono solo un record personale: sono un indizio di dipendenza. La ricerca cubana sulle tartarughe marine è passata attraverso una figura-chiave, e questo è il numero da monitorare per capire quanto il divieto del 2008 sia sostenibile nel tempo.
Il divieto regge. La cattura legale è ferma dal 2008 e la regolamentazione del 2011 ha chiuso anche gli usi commerciali. Ma la prossima verifica non si misurerà in tonnellate. Si misurerà nella capacità del Centro di produrre ricerca anche senza, o oltre, la generazione che ha firmato 40 pubblicazioni su 78.
È il punto debole di molte transizioni ambientali: la decisione politica arriva quando la scienza è abbastanza matura, ma la manutenzione della decisione richiede scienziati nuovi. Cuba ha chiuso la pesca con una base documentale solida. Il prossimo indicatore non è il pescato, è la distribuzione delle firme.
Da 836 tonnellate medie annue a meno di 15, poi al divieto. La storia della pesca alle tartarughe a Cuba è prima di tutto una storia di misurazione. Se il rapporto di 40 firme su 78 pubblicazioni non cambierà, la chiusura del 2008 rischierà di restare legata a una sola generazione di scienziati.




