ETS: permessi gratuiti extra fino al 2030, ma legati a piani di decarbonizzazione.

A quasi due mesi dall’annuncio dello scorso 17 luglio, c’è ancora una decisione sulla scrivania di molti imprenditori. Da una parte la proposta di revisione dell’Ets presentata dalla Commissione europea annuncia più quote di emissione di CO2 e per più tempo per le industrie; dall’altra è arrivata assieme a un Piano d’azione per l’elettrificazione che punta a portare l’elettricità dal 23% al 46% dei consumi finali entro il 2040. Chi la legge non sa se ha vinto tempo o se deve cambiare strategia.

La reazione che nasconde il nodo

La reazione ufficiale non si è fatta attendere. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha commentato la proposta. Ma il segnale più interessante è arrivato prima dell’annuncio: le associazioni industriali di Italia, Germania e Francia — Confindustria, BDI e MEDEF — hanno espresso per la prima volta una posizione comune in vista della proposta della Commissione europea, chiedendo una revisione che sostenga l’industria. Nella stessa lettera viene richiamato anche un recente studio dell’Università di Milano-Bicocca sull’ETS.

Sulla carta sembra una vittoria: più quote, per più tempo, e una Commissione che ascolta. Ma i comunicati non bastano a capire se sia un sollievo reale o solo una proroga. Per rispondere servono i numeri della proposta e, soprattutto, le condizioni a cui è legata.

I numeri dietro il compromesso

Il cuore della proposta è questo: 6 miliardi di euro in permessi gratuiti aggiuntivi fino al 2030. Ma con una condizione precisa: l’80% viene rilasciato solo a fronte dell’approvazione di piani di decarbonizzazione. In altre parole, non è un regalo a pioggia: è un credito che si incassa solo presentando e applicando piani seri di riduzione delle emissioni.

Per capire la posta in gioco serve un dato storico. L’EU ETS è stato lanciato nel 2005 come primo mercato del carbonio al mondo. Da allora il meccanismo è semplice: chi inquina paga le quote, chi riduce le emissioni può venderle o tenerle per coprire i propri impianti. La revisione presentata a luglio interviene proprio su questo equilibrio, spostando in avanti la pressione sui costi — ma non cancellandola.

E qui si inserisce il secondo pezzo del pacchetto. Il Piano d’azione per l’elettrificazione punta a rendere l’Europa il primo continente “elettrico” al mondo, portando la quota di elettricità nei consumi finali dal 23% attuale al 46% entro il 2040. I due provvedimenti si tengono insieme: le quote extra servono a comprare il consenso dell’industria, ma il piano definisce la direzione. La condizione, però, non è uguale per tutti: chi può presentare un piano di decarbonizzazione credibile e chi resterà fuori? È qui che si gioca la convenienza di ogni singola impresa.

Sfruttare le quote o subirle

La stessa quota gratuita può essere usata in due modi. Un’impresa che usa i permessi aggiuntivi per investire in pompe di calore, forni elettrici o autoconsumo trasforma un costo futuro in un vantaggio competitivo: i soldi risparmiati sulle quote finanziano gli impianti che ridurranno la bolletta energetica e la dipendenza dal carbonio. Un’impresa che invece li tratta come un semplice rinvio si troverà a pagare il carbonio a prezzo pieno quando le quote gratuite finiranno, dopo il 2030.

Non è ideologia, è convenienza. Il punto non è se la revisione dell’Ets piaccia o meno alle imprese — la reazione industriale mostra che il compromesso esiste ed è stato accolto. Il punto è cosa farne: la scadenza del 2030 non è lontana, e ogni anno rimandato è un anno di quote gratuite sprecato. Non resta che chiedersi quanto costa aspettare rispetto a quanto costa elettrificare oggi.

Chi produce non deve leggere la proposta come una resa dell’Europa alle lobby, né come un obbligo ideologico: le quote in più sono un credito condizionato. La scelta concreta è se presentare subito un piano di elettrificazione e usare quel credito per investire, oppure aspettare e trovarsi a pagare il carbonio a caro prezzo.