La rete europea di ricarica è cresciuta più in fretta delle vendite di auto elettriche

Prima di partire per un viaggio lungo, chi guida un’elettrica apre ancora l’app delle colonnine: è un gesto automatico, figlio di anni in cui trovare un punto di ricarica libero era come vincere al lotto. Oggi quel gesto comincia a essere superfluo, ma il dubbio resta duro a morire. A metà luglio, un’analisi di Transport & Environment ha messo in fila i numeri più recenti sulla rete di ricarica europea, e il quadro è molto diverso da quello che molti immaginano.

L’ansia da colonnina è ancora giustificata?

La risposta breve è no, almeno in termini di quantità. Già a fine marzo 2026, tutti i paesi dell’Unione tranne Malta avevano una capacità di ricarica pubblica sufficiente per il numero di veicoli elettrici a batteria in circolazione. Il parametro europeo non è un’opinione: per ogni auto elettrica leggera devono essere disponibili almeno 1,3 kW di potenza attraverso colonnine pubbliche, come prevede la normativa europea sulle infrastrutture per i combustibili alternativi.

La crescita è stata rapida. Alla fine dell’anno scorso c’erano 1,1 milioni di caricabatterie pubblici nell’Unione, cinque volte in più rispetto al 2020. A giugno 2026, il 79% della rete Core, quella che comprende principalmente le autostrade nazionali, aveva già raggiunto l’obiettivo 2025 per i caricabatterie ultra-rapidi. E sulla rete Comprehensive, che copre autostrade regionali e strade principali, 20 paesi su 27 hanno centrato il proprio obiettivo 2027 con diciotto mesi di anticipo.

Vista così, l’ansia da colonnina sembra un riflesso condizionato più che una reazione alla realtà. Ma una media europea nasconde differenze profonde: dove ci si ricarica davvero senza pensieri, e dove no?

Dove la rete funziona (e dove resta un buco)

Se la fotografia complessiva è rassicurante, la mappa reale è a chiazze. Il caso più emblematico è la Polonia: la sua conformità alla rete Core è passata dal 20% di fine 2024 al 59% di giugno 2026, un balzo di quasi tre volte in diciotto mesi. È un progresso notevole, ma dice anche che il paese resta a metà strada rispetto agli obiettivi, mentre altri stati membri sono già oltre.

L’unico paese rimasto indietro sulla soglia di capacità per il parco circolante è Malta. Il dato è isolato, ma serve a ricordare che le medie europee nascondono situazioni molto diverse da strada a strada. Non basta guardare il numero totale di caricabatterie: bisogna vedere dove sono e quanto sono accessibili.

Il ritardo percepito ha anche una spiegazione storica. Secondo i dati dell’ACEA, tra il 2017 e il 2023 le vendite di auto elettriche nell’Unione sono cresciute tre volte più velocemente dell’installazione dei punti di ricarica. Per anni, quindi, il numero di colonnine ha rincorso le auto, e questa rincorsa ha plasmato l’abitudine di pianificare ogni sosta con cautela. La rete è migliorata molto più in fretta delle abitudini.

La quantità non è più il problema: resta il posizionamento. Ed è qui che i numeri dicono qualcosa di molto concreto.

Cosa conviene aspettarsi (e cosa no)

Dai contrasti geografici si arriva a una conseguenza pratica. Per chi oggi guida un’elettrica, la distanza da un caricatore pubblico è già diventata un non-problema: lo ha detto con chiarezza Lucien Mathieu, citato nell’analisi, secondo cui «oggi i conducenti di veicoli elettrici non devono andare lontano per trovare un caricatore pubblico». Per chi investe, il margine non sta nel volume ma nella collocazione: l’installazione o l’ammodernamento di sole 70 stazioni di ricarica in punti strategici – 22 in Spagna, 11 in Polonia e 7 in Romania – porterebbe la conformità dell’Unione all’obiettivo basato sulla distanza al 90%.

Chi oggi valuta l’elettrico non deve più chiedersi se troverà una colonnina, ma se la troverà lungo la sua strada. E la risposta, per quasi tutta l’Europa, sta diventando sì.