La società mista con maggioranza pubblica tra il 51% e il 70% ricalca il modello trentino di Dolomiti Energia
Apri la bolletta della luce o senti parlare dell’acciaieria di Terni: la domanda è sempre la stessa. Chi decide davvero di quelle dighe e centrali sull’acqua a pochi chilometri da casa? Lo scorso 21 luglio, nella sala conferenze di via Saffi a Terni presso gli uffici della Regione, è arrivata una prima risposta: la Regione Umbria ha preadottato un disegno di legge per diventare protagonista della gestione dell’energia e della decarbonizzazione industriale, attraverso la costituzione di una società regionale per la gestione delle centrali idroelettriche. A diffondere la notizia è stata l’agenzia AUN. Detta così sembra roba da addetti ai lavori. In pratica, però, si sta decidendo chi mette le mani su una risorsa che ha numeri molto concreti — e che, a cascata, tocca industria e bollette. Resta la domanda: che cosa significa, in pratica, la quota pubblica e privata appena annunciata?
630 MW e 1.350 GWh: la posta in gioco
Dalla domanda si passa ai numeri. Il provvedimento punta a definire un modello di gestione strategico per la risorsa idrica regionale, un asset che vanta una potenza installata di circa 630 MW e una producibilità storica di 1.350 GWh/anno. Per dare un’idea: la potenza installata misura quanta energia gli impianti possono erogare in un dato momento, mentre la producibilità storica dice quanta energia hanno realmente prodotto in un anno tipo. Non sono cifre astratte: sono la misura di una produzione locale di energia che vale per chi abita in zona e, soprattutto, per l’industria pesante della provincia di Terni.
Il modello scelto dalla Regione prevede una maggioranza pubblica in capo alla Regione Umbria, compresa tra il 51% e il 70% nella nuova società energetica regionale. La quota privata, tra il 30% e il 49%, sarà assegnata tramite una procedura di gara a evidenza pubblica per la selezione del socio operativo. Tradotto: la Regione vuole tenere il controllo, ma non intende fare tutto da sola. Il partner privato dovrà vincere una gara — quindi competere su condizioni e progetti — e arrivare con un ruolo operativo, cioè di gestione concreta degli impianti. La fascia 51-70% non è un dettaglio: significa che nessuna decisione strategica potrà essere presa senza l’ok pubblico.
Poi ci sono gli investimenti. Secondo quanto comunicato dal Mimit, l’Accordo di programma prevede 557 milioni di euro di investimenti entro il 2028, destinati all’efficientamento e all’ammodernamento degli impianti, al rafforzamento della produzione di acciaio inox, allo sviluppo dell’acciaio elettrico e alla sostenibilità ambientale. In altre parole: non è solo un riordino societario, è un piano che mette sul tavolo quasi seicento milioni in tre anni, in buona parte legati alla filiera dell’acciaio di Terni e alla modernizzazione delle centrali. Per chi vive o lavora lì, la domanda concreta è se quei soldi porteranno impianti più efficienti e costi più stabili, oppure se resteranno confinati nei bilanci di una società appena nata. Come si colloca questo schema rispetto a esperienze già esistenti?
Lo specchio del Trentino
C’è già una regione che ha fatto questa strada: il riferimento è una società mista pubblico-privata sul modello trentino di Dolomiti Energia. E non è un nome da addetti ai lavori: Dolomiti Energia è il caso che mostra che cosa succede quando un ente pubblico mantiene una presenza rilevante e un socio operativo si occupa della gestione quotidiana degli impianti. Per l’Umbria è il termine di paragone più utile per capire che tipo di società può nascere: non un ente pubblico puro e nemmeno un privato lasciato solo al comando, ma un assetto intermedio in cui la maggioranza pubblica dovrebbe fare da contrappeso all’efficienza operativa del socio scelto con la gara.
Resta da vedere come la gara per il socio privato trasformerà questi numeri in benefici misurabili per cittadini e imprese. La partita umbra non si deciderà solo nelle aule della Regione: si deciderà nella gara per il socio privato e nella capacità di tradurre 630 MW e 557 milioni di investimenti in bollette e produzione più sostenibili. Per chi vive e lavora in Umbria, il prossimo indicatore da osservare è proprio lì.




