Il 95% degli europei in città respira aria oltre i limiti OMS, ma le emissioni calano

Quella sensazione la conosciamo bene. Guardi lo smartphone, leggi “qualità dell’aria: moderata”, e ti chiedi se dietro quell’etichetta generica le cose stiano davvero andando meglio o se sia solo un modo elegante per dirti che l’aria è sempre la stessa. Nei giorni scorsi è arrivato uno strumento che ti permette di andare oltre l’iconcina meteo e ficcare il naso nei numeri veri: lo strumento appena rilasciato dall’Agenzia europea dell’ambiente, che mette a disposizione di chiunque l’inventario delle emissioni dal 1990 al 2024 per tutti i Paesi dell’Unione. I dati provengono dalle segnalazioni che ogni Stato invia alla Convenzione sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a lungo raggio (LRTAP), un accordo internazionale nato ben prima che l’ambiente diventasse un argomento da social network: aperto alla firma il 13 novembre 1979 ed entrato in vigore il 16 marzo 1983. Ma cosa dicono veramente i numeri, dietro quella generica etichetta “moderata”?

Aria di città: la app dice ancora ‘moderata’

La domanda non è pura curiosità da appassionati di grafici. L’aria che respiriamo ha un impatto diretto sul portafoglio e sulla salute. Già nel 2023, portare l’inquinamento atmosferico ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità avrebbe potuto evitare, stando al dato contenuto nell’ultimo rapporto dell’Agenzia, 182.000 decessi attribuibili all’esposizione alle polveri sottili PM2.5 nell’Unione. Sempre nel 2023, il 95% degli europei che vive in città era esposto a concentrazioni di inquinanti superiori alle raccomandazioni OMS. Non stiamo parlando di un problema lontano, ma del motivo per cui quel “moderata” sullo schermo non diventa quasi mai “buona”.

I conti con l’aria: cosa è cambiato (e cosa no)

Per rispondere alla domanda se le cose migliorino o meno, bisogna guardare l’andamento di cinque inquinanti principali: anidride solforosa, ossidi di azoto, ammoniaca, composti organici volatili e particolato fine. Gli impegni di riduzione per il 2020 e oltre sono fissati da un accordo noto come Protocollo di Göteborg modificato, negoziato proprio sotto l’ombrello di quella Convenzione LRTAP. I risultati non sono affatto disastrosi. Lo scorso anno, secondo un’analisi dell’EEA, ben 21 Stati membri su 27 hanno rispettato gli impegni di riduzione per ognuno dei cinque inquinanti previsti dalla direttiva europea sugli impegni nazionali di riduzione delle emissioni. In altre parole: la maggioranza dei Paesi sta facendo il suo dovere. Sul fronte del biossido di zolfo, degli ossidi di azoto e dei composti organici volatili le diminuzioni sono state robuste. Il merito va a una combinazione di fattori: la chiusura di centrali a carbone, l’introduzione di marmitte catalitiche, il passaggio a combustibili più puliti nel trasporto marittimo. Non è retorica ambientalista: sono scelte industriali e normative che hanno prodotto risultati misurabili.

Eppure, i 182.000 decessi evitabili e quel 95% di cittadini urbani esposti a valori oltre le soglie OMS ci dicono che il bicchiere è pieno solo a metà. L’ostacolo più grosso, quello che rischia di far deragliare il resto del lavoro fatto, è l’ammoniaca. E qui il discorso si sposta dalla ciminiera e dal tubo di scappamento a qualcosa di molto più vicino alle nostre tavole.

L’agricoltura sotto la lente: ammoniaca, il gas che non scende

Mentre molti inquinanti calano, l’ammoniaca resiste. Quasi tutta viene dalle stalle e dai fertilizzanti: le deiezioni animali, lo spandimento di liquami, l’uso di urea nei campi. L’Agenzia europea dell’ambiente è chiara: la riduzione delle emissioni di ammoniaca resta la sfida principale. Quattro Stati membri devono tagliare ulteriormente le loro emissioni per rispettare gli impegni di riduzione fissati per il periodo 2020-2029. Non è un dettaglio tecnico: l’ammoniaca reagisce con altri inquinanti nell’atmosfera e contribuisce a formare particolato secondario, proprio quelle PM2.5 che fanno scattare l’allerta sanitaria e che l’app meteo sintetizza con un rassicurante “moderata”.

Per le imprese agricole il messaggio è duplice. Da un lato, i margini di miglioramento ci sono, e in alcuni casi con un tornaconto economico immediato. Tecniche come l’interramento rapido dei liquami, la copertura delle vasche di stoccaggio o l’uso di inibitori dell’ureasi (sostanze che rallentano la trasformazione dell’urea in ammoniaca) riducono le perdite di azoto nell’aria. Per un allevatore significa trattenere nel terreno un fertilizzante che altrimenti se ne va in fumo: meno acquisto di concimi di sintesi, meno costi. Non serve fare i conti con l’ecobonus o con i certificati bianchi: qui il risparmio lo vedi direttamente nella voce “concimi” del bilancio aziendale.

Dall’altro lato, la pressione normativa è destinata a salire. Il fatto che quattro Paesi siano ancora in ritardo sugli impegni significa che, nei prossimi anni, i governi dovranno intervenire con piani di riduzione più stringenti. Tradotto per chi lavora nei campi o nelle stalle: nuovi obblighi di rendicontazione, limiti alle emissioni diffuse, forse vincoli all’acquisto di fertilizzanti a base di urea. L’agricoltore che si attrezza prima, magari accedendo ai fondi della politica agricola comune per investire su tecnologie a basse emissioni, evita di rincorrere dopo, quando i costi saranno inevitabilmente più alti.

Si può esplorare il visualizzatore dell’Agenzia europea dell’ambiente per vedere come sta andando la propria regione, inquinante per inquinante, dal 1990 a oggi. Per chi vive in città, è uno strumento che fa chiarezza oltre l’iconcina della app meteo. Per chi lavora in agricoltura, è un avviso non troppo silenzioso: il cerchio intorno all’ammoniaca si sta stringendo, e prepararsi conviene.