La contesa nasce da una strategia legale con decine di cause, ma la Corte Costituzionale ha respinto le pretese.
Passate davanti alle cave di Carrara e può capitare di chiedersi di chi siano davvero quelle montagne. La domanda non è da turisti. Lo scorso luglio le imprese del marmo hanno chiesto ufficialmente di ottenere la proprietà degli agri marmiferi comunali attraverso il riconoscimento di un diritto di enfiteusi. Per il Comune e per chi vive a Carrara non è un cavillo legale: è l’ultimo capitolo di una battaglia cominciata trent’anni fa.
Di chi sono le montagne di marmo?
L’enfiteusi è il nome giuridico della richiesta: si passerebbe da una concessione temporanea a un diritto di godimento senza una scadenza prestabilita. Come si è arrivati a chiederla? Dietro ci sono trent’anni di regolamenti, sentenze e cause. Ricostruirli aiuta a capire perché la domanda su chi possieda quelle montagne non ha mai avuto una risposta del tutto pacifica.
Cento cause e una sentenza: la linea tra concessione e proprietà
La richiesta di enfiteusi non nasce dal nulla: è l’approdo di una strategia che, lo scorso febbraio, si misurava già in cento cause intentate dagli industriali del marmo contro il Comune. Di queste, 28 riguardano proprio il riconoscimento dell’enfiteusi sui terreni marmiferi comunali. Un numero che da solo racconta quanto la partita si giochi ormai nelle aule di giustizia.
Alle spalle c’è una storia che parte dal 1994. Il regolamento dell’amministrazione Fazzi Contigli e le sentenze successive, fino a quella della Corte Costituzionale, hanno impedito per oltre trent’anni il disegno di privatizzazione che le imprese del marmo perseguono da ben tre secoli. Un disegno che nel ’94 aveva trovato il sostegno del governo Berlusconi. Non è un dettaglio marginale: significa che la disputa sulla proprietà delle cave è una questione politica, non soltanto giuridica.
Tra il 1994 e il 1998 ci fu anche una stagione di tutela concreta. Il piano regionale delle attività estrattive e il piano strutturale furono costruiti sulla base di una scelta politica precisa: salvaguardare vasti territori, tra i quali l’area sottostante la zona di Campocecina e quella situata a nord est di Colonnata, escludendovi qualsiasi attività estrattiva per motivi di ordine paesaggistico, naturalistico e antropologico.
La linea giuridica è stata ribadita più volte. Nel 2016, con la sentenza n. 228, la Corte Costituzionale dichiarò inammissibili gli interventi ad adiuvandum di soggetti privati come OMYA spa e Società Guglielmo Vennai spa, proprietari di “beni estimati” ricondotti dalla norma impugnata al patrimonio indisponibile comunale.
Nei mesi scorsi è arrivata la parola della Corte di Cassazione: la posizione giuridica delle aziende del lapideo sui terreni marmiferi di Carrara si qualifica necessariamente come concessione, e poiché la concessione è per sua natura temporanea, è escluso il godimento perpetuo. La stessa Cassazione ha poi rimandato al giudice amministrativo la giurisdizione sui ricorsi presentati da una trentina di aziende del lapideo per il riconoscimento del diritto di livello perpetuo e/o enfiteusi su alcuni terreni marmiferi comunali. In pratica, la parola “perpetuo” è esattamente il cuore della disputa.
Cosa cambia davvero: lavorazione locale e confini del diritto
Le sentenze non restano sulla carta: incidono su concessioni, obblighi di lavorazione e sul futuro di un distretto intero. Nel 2024 le imprese del marmo avevano sottoscritto convenzioni con il Comune impegnandosi a lavorare in loco almeno il 50% del materiale estratto, ottenendo in cambio la proroga delle concessioni fino al 2042. Lo scorso marzo quelle stesse imprese hanno chiesto e ottenuto due anni aggiuntivi per adempiere all’obbligo. Il calendario delle proroghe mostra quanto il margine di negoziazione sia continuo.
Sull’altro fronte, già nel 2020 sei aziende di cava avevano presentato ricorso al TAR contro la ricognizione degli agri marmiferi comunali, sostenendo che la ricognizione includesse porzioni di cava private, ovvero i beni estimati di loro proprietà. È lo stesso nodo dei “beni estimati” su cui si era espressa la Corte Costituzionale nel 2016. La linea di confine tra ciò che è della collettività e ciò che appartiene ai privati resta il vero campo di battaglia.
Non manca la tensione sul piano sindacale: nelle scorse settimane Confindustria Marmo ha assunto un atteggiamento ostile nei confronti dei lavoratori e dei loro sindacati. Resta da vedere se il giudice amministrativo confermerà la natura temporanea della concessione o aprirà la strada a un diritto senza scadenza.
Per chi lavora il marmo o vive a Carrara, il punto non è solo chi possiede le cave, ma se resteranno un bene della collettività rinnovabile nel tempo o diventeranno un diritto privato senza scadenza. Le prossime decisioni amministrative diranno se il marmo continuerà a essere una concessione temporanea o un patrimonio ceduto per sempre.




