Il 44% dei professionisti indica la diversità come l’impegno più esposto, dopo la stretta sull’affirmative action del 2023
Il 71% dei professionisti della sostenibilità guarda al futuro e vede almeno una promessa aziendale pronta a essere ridimensionata. Solo il 24% crede che tutti gli impegni attuali saranno mantenuti. Sono i due numeri centrali dell’analisi pubblicata lo scorso luglio da GlobeScan e BSR nell’Insight of the Week di GlobeScan. A poco più di due mesi di distanza, il dato non è invecchiato: aiuta a leggere la direzione del dibattito americano su DEI ed ESG, che si sta spostando dai titoli alle scelte concrete.
Il 71% che nessuno vuole vedere
La base da cui parte questo numero è piccola ma qualificata: un sondaggio online condotto da GlobeScan e BSR tra aprile e maggio 2026 su 124 professionisti della sostenibilità di aziende con ricavi annuali di almeno un miliardo di dollari, distribuiti per settori, aree geografiche e livelli di anzianità. Non è un campione rappresentativo in senso statistico. È piuttosto un termometro qualitativo: chi lavora ogni giorno dentro le grandi aziende, e conosce la distanza tra annunci e realtà, in sette casi su dieci non si fida della tenuta degli impegni.
Il punto più interessante è che la paura non è uniforme. Il 44% indica gli impegni relativi a diversità, equità e inclusione come quelli più a rischio di ridimensionamento. Al secondo posto, con il 23%, c’è l’advocacy pubblica sulle politiche di sostenibilità. La somma non è perfetta: tra il 71% che vede almeno un rischio e il 24% che si fida resta una zona grigia fatta di chi non si sbilancia, ma il messaggio di fondo è chiaro. La domanda diventa: perché proprio la DEI? La risposta è più politica che tecnica.
Perché la DEI è il fronte più esposto
La concentrazione sulla DEI non è casuale. Negli Stati Uniti i cambiamenti alle iniziative aziendali di diversità sono arrivati in risposta a una campagna di attivisti conservatori volta a colpire i programmi sul posto di lavoro. Già nel 2023, la decisione della Corte Suprema che ha messo fuori legge l’affirmative action nell’istruzione superiore aveva creato il contesto giuridico e simbolico per questa pressione. La decisione riguardava le università, non direttamente i programmi aziendali,
ma ha ridefinito il perimetro di ciò che un’azienda può difendere senza esporsi.
Per questo il ridimensionamento temuto dai professionisti non è solo una questione reputazionale. È un segnale politico: se un’azienda arretra sulla diversità per rispondere a una campagna esterna, per gli investitori si apre una domanda più ampia su quanto siano robusti gli altri impegni ESG. Il passo indietro sulla DEI, in altre parole, è il primo indicatore di una possibile ritirata più ampia.
Dalla DEI al clima: l’effetto domino che gli investitori temono
Se la diversità arretra, quale sarà il prossimo impegno a cadere? La domanda non è retorica. Secondo un’analisi di Sustainalytics, gli investitori potrebbero preoccuparsi delle implicazioni più ampie, inclusi gli impatti sociali e un possibile indebolimento di altri impegni ESG, come la climate risk disclosure. Il collegamento tra fronte sociale e fronte ambientale è esattamente ciò che rende il dato GlobeScan/BSR rilevante oltre il perimetro della DEI: se un impegno può essere ridimensionato sotto pressione, anche gli altri diventano negoziabili. Non serve credere a un effetto domino automatico: basta osservare che la fiducia dei professionisti è già ai minimi su un fronte, e che gli investitori stanno cominciando a chiedersi se il prossimo fronte sarà quello climatico.
Nei prossimi mesi il numero da tenere d’occhio è quel 24% di chi ancora si fida della tenuta di tutti gli impegni. Se scenderà, la ritirata ESG non sarà più tattica né limitata alla diversità: sarà strutturale.




