Listini gestori: rapporto uno a due, osservatori parlano di distorsioni profonde.

Già a novembre 2024, per una ricarica HPC presso i Supercharger Tesla si pagavano 0,32 euro/kWh, mentre la media italiana viaggiava a 0,76 euro/kWh. Meno della metà. Il confronto non è una questione di elettroni: è la fotografia di un mercato che continua a non rispondere ai fondamentali dell’energia. Lo spiega un’analisi di Vaielettrico sulle differenze nei prezzi di ricarica; i numeri arrivano dall’osservatorio Adiconsum/TariffEV, citato da e-ricarica.

Lo spread del kilowattora

Nello stesso mese, l’osservatorio Adiconsum/TariffEV riportava prezzi medi di 0,63 euro/kWh per le ricariche AC, 0,75 euro/kWh per le DC e 0,76 euro/kWh per le HPC. Tesla Supercharger era tra i gestori più convenienti per l’HPC, con una tariffa appunto di 0,32 euro/kWh. Il dato da osservare è il differenziale: non un piccolo scarto, ma un prezzo inferiore alla metà della media per la stessa tipologia di ricarica.

La convenienza Tesla è strategica, non dettata dal costo dell’energia. Come osserva Nick, Tesla fa parte di un sistema di vendita di auto e servizi: proprio per vendere le auto offre ricariche a prezzi calmierati. In altre parole, il Supercharger è una leva commerciale, non un centro di profitto sull’energia. Questo spiega perché il prezzo resti così basso rispetto alla media. Ma lascia aperta la domanda: se Tesla usa la ricarica per vendere auto, che cosa spiega i ricarichi applicati dagli altri gestori?

Costi non sostenuti, fondi non spesi

La risposta, almeno in parte, sta nei costi — o meglio, nei costi che non ci sono stati. Nei commenti raccolti da Vaielettrico, Nick spiega che i gestori applicano ricarichi elevati sul kWh per rientrare rapidamente da costi che non hanno sostenuto, avendo utilizzato fondi PNRR. Il ragionamento è duro, ma trova riscontro nella storia recente degli incentivi.

Non tutti, però, hanno potuto usare quei fondi. Già nel 2024 Eni Plenitude, tramite la controllata Be Charge, ha deciso di rinunciare a tutti i fondi PNRR per la realizzazione di colonnine: oltre 2.600 stazioni di ricarica sono rimaste fuori dal perimetro degli incentivi. E i bandi nazionali hanno funzionato poco: i due bandi del Ministero dell’Ambiente hanno assegnato solo 96 milioni di euro su 640 disponibili, finanziando 3.800 stazioni di ricarica contro le oltre 18.000 previste.

Il paradosso è che i ricarichi sul kWh vengono giustificati da costi di installazione che in molti casi non sono stati sostenuti, mentre l’assegnazione pubblica è rimasta in gran parte sulla carta. Se i costi non sono stati sostenuti e i fondi scarseggiano, il prezzo al pubblico dovrebbe riflettere soprattutto il costo dell’energia. E invece no.

Il PUN scende, il listino no

L’anomalia dei costi porta all’anomalia dei prezzi. Già a giugno 2025 Federconsumatori metteva in fila il dato: «anche quando il PUN cala, i prezzi al pubblico non accennano a ridursi, segno evidente di una distorsione profonda nel funzionamento del mercato e sintomo della presenza di fenomeni speculativi». Il prezzo all’ingrosso dell’energia, insomma, non si trasmette al listino pubblico.

Il divario 0,32-0,76 euro/kWh è la fotografia di un mercato che non risponde ai fondamentali. Il prossimo indicatore da osservare, molto più dei listini, è quanti dei 640 milioni previsti dai bandi diventeranno davvero colonnine. Finché lo spread resterà così ampio, ogni calo del PUN rischia di restare un’occasione persa.