La domanda mondiale cresce più della produzione pulita, mentre in alcune aree il prezzo scende sotto zero
A tre mesi dal report di metà anno dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), pubblicato lo scorso luglio, il dato che resta è un paradosso. Nel secondo trimestre del 2026, secondo l’Iea, i prezzi medi spot dell’elettricità nell’Unione europea e in Giappone sono aumentati di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo del 2025. Eppure, sempre secondo l’Iea, le fonti rinnovabili sono sulla buona strada per diventare già quest’anno la principale fonte mondiale di generazione elettrica, con una produzione in crescita di oltre l’8% e una quota nel mix globale che salirà dal 33% del 2025 al 37% entro il 2027.
Il rovescio del paradosso arriva dai prezzi negativi. Nella prima metà del 2026, sempre secondo l’Iea, hanno interessato circa il 20% delle ore di mercato nell’Australia Meridionale e in California. In Spagna la quota è salita dal 10% del 2025 al 17%. Tradotto in termini operativi: nei mercati dove il fotovoltaico è più penetrato, un’ora su cinque il prezzo dell’elettricità scende sotto zero. Quando il prezzo è negativo, immettere energia in rete può diventare un costo anziché un ricavo, e per un impianto fotovoltaico la convenienza non è più automatica.
Per capire cosa sta accadendo conviene separare due dinamiche: la crescita della domanda e la composizione dell’offerta. Già nell’aggiornamento di metà 2025 l’Iea aveva indicato che le rinnovabili avrebbero potuto superare il carbone entro quello stesso anno, a seconda degli impatti meteo su eolico e idroelettrico. Nel 2026 il sorpasso si sta consolidando, con il solare fotovoltaico che da solo supera il nucleare.
Cosa dicono davvero i numeri: domanda record, nucleare storico e controfattuale
Il primo numero da guardare è la domanda. Nel quadro dello shock energetico innescato dalla guerra in Medio Oriente, il consumo mondiale di elettricità è destinato ad aumentare fortemente nel 2026. I numeri dell’Iea lo quantificano: dopo il +3% registrato nel 2025, la domanda dovrebbe crescere del 3,6% quest’anno e di un ulteriore 3,8% nel 2027, raggiungendo circa 30.700 TWh nel 2027 rispetto ai 28.600 TWh del 2025. A trainare la crescita sono industria, elettrodomestici, fabbisogno di raffreddamento, veicoli elettrici e data centre: una spinta che spiega, almeno in parte, perché i prezzi spot salgano mentre le rinnovabili producono di più.
L’altro numero da maneggiare con attenzione è il nucleare. Nel 2025 ha raggiunto un livello record di 2.812 TWh, spinto da nuovi reattori entrati in funzione in Cina (37 TWh) e da una maggiore produzione in Francia (12 TWh) e Giappone (9 TWh). È un massimo storico, ma le previsioni indicano che solare ed eolico supereranno la tecnologia nucleare nel corso del 2026: il primato del nucleare, per quanto recente, è destinato a durare poco.
Ed è qui che il paradosso si smonta sul serio. Secondo Ember, senza la crescita di eolico e solare dal 2000, la generazione elettrica da combustibili fossili sarebbe stata superiore del 30% nel 2025, e le emissioni superiori del 28%. Le rinnovabili non sono il problema: sono la ragione per cui la pressione sulle emissioni non è stata ancora più alta. Il punto è che la domanda sta correndo più veloce dell’offerta pulita.
Lo conferma il dato sulle emissioni. Le emissioni globali di CO2 derivanti dalla produzione elettrica, secondo l’Iea, dovrebbero aumentare di circa l’1% nel 2026, per poi stabilizzarsi nel 2027. È la fotografia di un sistema in transizione: non c’è ancora abbastanza elettricità pulita per assorbire la crescita dei consumi senza toccare i combustibili fossili.
Sul campo: cosa cambia per chi progetta e gestisce impianti
I numeri non sono solo statistica: definiscono il campo di gioco per chi progetta impianti e gestisce energia. Con circa il 20% delle ore a prezzo negativo in California e Australia Meridionale, la generazione pura diventa un’attività volatile: produrre il massimo nelle ore di sole o di vento non significa più massimizzare il ricavo. Un’ora su cinque è una quota di tempo non trascurabile per chi ha impostato i conti soltanto sui MWh prodotti.
La domanda che un installatore o un gestore dovrebbe porsi, prima di aggiungere altra capacità fotovoltaica, è semplice: ha senso aumentare la produzione se poi, in un’ora su cinque, l’energia immessa in rete vale zero o meno di zero? Il segnale del 2026 è che il margine si sta spostando dalla pura generazione alla capacità di spostare, accumulare e vendere energia quando il prezzo è positivo.
Per chi installa o gestisce impianti, la lettura è chiara: la produzione rinnovabile non basta più. Il collo di bottiglia non è la capacità di generare, ma la capacità di integrare.




