Il prezzo medio di 6,1 centesimi/kWh è inferiore di circa il 33 per cento rispetto all’asta di ottobre 2023

Alla fine di giugno 2026, in vaste aree dell’Europa occidentale e centrale le temperature massime giornaliere sono state di 5-12 °C sopra la media stagionale. Copernicus ha confermato che lo scorso luglio è stato il mese più caldo mai rilevato nell’Europa occidentale. Nello stesso continente, la Germania ha chiuso un’asta per impianti solari con accumulo a un prezzo medio di 6,1 centesimi/kWh, circa un terzo in meno rispetto all’asta di ottobre 2023. È il paradosso ricostruito all’inizio di agosto da un’analisi di QualEnergia pubblicata su La Nuova Ecologia: il costo della transizione scende, quello dell’immobilismo sale.

Sei virgola uno centesimi per kilowattora, e l’Europa paga comunque i fossili

Il prezzo medio di 6,1 centesimi/kWh, con un minimo di 5,4 centesimi, è inferiore di circa il 33 per cento rispetto all’asta di ottobre 2023, quando era di 8 centesimi. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: nel 2025, sole e vento hanno prodotto più elettricità rispetto ai fossili nell’Unione europea e le rinnovabili hanno superato il carbone a livello mondiale. Il progresso tecnologico, insomma, va in una direzione precisa.

Nel frattempo, però, l’Unione europea continua a finanziare l’altro lato del problema. Nei primi 60 giorni di guerra in Medio Oriente, come ha ricordato Ursula von der Leyen, la spesa UE per le importazioni di combustibili «è aumentata di oltre 27 miliardi di euro, senza una singola molecola di energia aggiuntiva». Non è una questione di inefficienza tecnica: è una scelta di allocazione delle risorse. Se il costo dell’energia pulita scende, non c’è una ragione economica che spieghi l’aumento della spesa per i fossili. La variabile che manca è politica.

Le destre invocano il Giec che deridevano

Dai numeri si passa alla politica, dove la coerenza è merce rara. Il Rassemblement national, secondo un’analisi de Le Monde, invoca ora i lavori del Giec, dopo averli a lungo trattati con disprezzo, derisione e indifferenza. L’acronimo che un tempo veniva liquidato dai suoi esponenti è diventato un argomento da spendere contro le politiche climatiche, mentre il continente continua a scaldarsi.

Il dato di fondo lo fornisce John Kennedy del WMO: nei 50 anni trascorsi dall’ondata di calore del 1976, l’Europa nel suo complesso si è riscaldata di circa due gradi. È il continente che si riscalda più rapidamente e anche gli estremi di temperatura sono aumentati. Non si tratta di una previsione, ma di una misura già acquisita.

In questo contesto, i governi chiedono di non uccidere la competitività. Già a dicembre 2025, alcuni primi ministri firmatari hanno sostenuto che si può e si deve perseguire l’obiettivo climatico in modo efficace senza sacrificare la competitività, perché «non c’è nulla di verde in un deserto industriale». Dietro quella formula c’è una tensione reale: la transizione non può essere presentata come un costo senza contropartite industriali. Resta aperta la domanda su chi produrrà le tecnologie della transizione.

La Cina produce tre auto elettriche su quattro: e l’Europa?

Se il clima è diventato un campo di battaglia, il fronte decisivo è quello industriale. Secondo i dati riportati da un reportage dell’Abc, la Cina produce quasi il 75 per cento degli EV mondiali. L’Europa, che si riscalda più in fretta di ogni altro continente e che dispone delle tecnologie rinnovabili più economiche, rischia di restare un mercato di consumo senza un’industria della transizione. La prossima mossa non è scritta.

L’Europa ha le tecnologie più economiche e il clima più avverso: il divario tra questi due fatti non è solo fisico, è politico. Chi pagherà il conto se l’industria della transizione resta altrove?