L’effetto domino dei tagli: 468.000 posti di lavoro persi e 90 miliardi di PIL evaporati

10,01 gigawatt di capacità solare andati in fumo. Per dare un senso fisico a questa cifra: sono circa 3,03 milioni di case che avrebbero potuto essere alimentate da pannelli fotovoltaici ora mai più installati, secondo il rapporto E2 pubblicato il 9 luglio scorso. A questi si aggiungono oltre 3,75 GW di eolico che non entreranno mai in rete. Un blackout che non è colpa di un guasto tecnico o di una catastrofe naturale: è l’effetto diretto di scelte legislative che, dal gennaio 2025 a maggio 2026, hanno portato alla cancellazione, chiusura o ridimensionamento di 216 progetti di energia pulita negli Stati Uniti.

I numeri dell’emorragia sono stratificati e si incastrano come un domino: meno progetti significano meno cantieri, meno operazioni, meno indotto. Il rapporto E2, basato su modelli elaborati da BW Research, stima che i 216 progetti affossati avrebbero sostenuto 468.000 posti di lavoro — 124.500 nella sola fase di costruzione e 343.500 durante gli anni di esercizio. Il settore dei veicoli elettrici è il più colpito sul fronte operativo: 254.782 posti persi all’anno, una cifra che pesa il triplo rispetto a qualsiasi altra filiera delle rinnovabili. Ma quei gigawatt non sono solo elettroni mancati: sono competenze tecniche che si disperdono, catene di fornitura che si spezzano, gettito fiscale che evapora. Il danno reale inizia quando si scava sotto la superficie dei megawatt.

90 miliardi di PIL in fumo e il paradosso dell’IRA smantellata

Se i 10 GW rappresentano la punta visibile dell’iceberg, il corpo sommerso è un buco da 90,8 miliardi di dollari di PIL nella sola fase di costruzione, a cui si aggiungono 55,1 miliardi all’anno di prodotto interno lordo perso per le operazioni cancellate, chiuse o ridimensionate. Tradotto in termini fiscali: 12 miliardi di dollari all’anno in meno di gettito tributario. Sono risorse che non finanzieranno scuole, ponti o ospedali, secondo le stime di BW Research.

Il contrasto con quanto prometteva l’Inflation Reduction Act è netto. Nei primi due anni di applicazione della legge, le aziende avevano annunciato 130 miliardi di dollari in investimenti su 338 progetti di energia e veicoli puliti — progetti che, secondo le proiezioni, avrebbero generato almeno 110.000 posti di lavoro diretti. Se completati, avrebbero creato complessivamente 621.000 nuovi impieghi tra diretti e indiretti e aggiunto 237,5 miliardi al PIL statunitense. Cifre che oggi rimangono sulla carta, mentre l’One Big Beautiful Bill Act (OBBBA) ha invertito la rotta: stando all’analisi della Tax Foundation, il provvedimento abroga completamente i crediti d’imposta per veicoli elettrici ed edifici, due pilastri su cui si reggeva la pipeline di progetti ora saltati.

Bob Keefe, direttore esecutivo di E2, mette in fila i conti: «Le azioni federali per fermare l’energia pulita stanno costando molto a tutti — consumatori, imprese ed economia nazionale». Non è una questione ideologica, è aritmetica: ogni progetto cancellato rimuove stipendi, commesse per fornitori locali, tasse sul reddito e imposte sulle proprietà che i comuni usano per i servizi di base. E mentre gli Stati Uniti fanno marcia indietro, il resto del mondo non sta a guardare. La domanda globale di tecnologie pulite esplode, e altri Paesi si stanno prendendo la fetta di torta che l’America si lascia sfuggire.

L’India accelera, gli USA frenano: la partita si sposta altrove

Lo stesso giorno in cui il rapporto E2 documentava i danni dell’OBBBA, i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia confermavano un quadro globale di segno opposto: nel mondo l’energia pulita ha attirato 2,2 trilioni di dollari di investimenti, il doppio di quanto destinato ai combustibili fossili. Secondo il Clean Investment Monitor, nel 2025 gli investimenti globali in tecnologie pulite hanno toccato il record di 1,96 trilioni di dollari — un triplicamento rispetto a sette anni fa.

Ma il dato più significativo arriva dall’India. I produttori indiani di tecnologie pulite hanno investito 11,4 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento del 17 per cento rispetto all’anno precedente. Non solo: se i progetti già annunciati andranno in porto, entro il 2030 l’India disporrà della più grande capacità produttiva di batterie, solare ed eolico al di fuori della Cina e degli Stati Uniti. È una traiettoria di crescita che si contrappone frontalmente a quanto sta accadendo sul suolo americano, dove il Clean Investment Monitor attribuisce direttamente il declino degli investimenti manifatturieri nell’energia pulita ai cambiamenti politici introdotti dall’OBBBA, che hanno offuscato le prospettive della domanda, in particolare per la catena di fornitura dei veicoli elettrici.

Per chi installa pannelli, monta turbine o produce componenti negli Stati Uniti, la domanda non è più se la transizione energetica avverrà — sta già avvenendo, ma altrove. La domanda è se restare in un mercato che si contrae mentre i concorrenti globali espandono capacità, o se guardare oltre confine. I produttori indiani hanno già messo sul piatto 11,4 miliardi; la prossima fabbrica di batterie, forse, non sorgerà più in Michigan ma nel Gujarat. La capacità produttiva non aspetta chi esita: si sposta dove trova condizioni stabili e una domanda prevedibile.

La transizione energetica non è ferma: ha solo cambiato indirizzo. Per chi lavora nel settore — ingegneri, operai specializzati, progettisti, installatori — la vera incognita è se le competenze costruite negli anni dell’IRA troveranno ancora spazio in America o se dovranno emigrare. Il trade-off, oggi, non è più tra fossili e rinnovabili, ma tra restare o andarsene.