Il progetto irlandese da 23 MW nasce su un ex sito a torba con contratto decennale di capacità

Lo scorso 23 giugno, Energy Dome e Google hanno siglato il primo contratto commerciale bilaterale per una CO2 Battery da 23 MW/200 MWh nella contea di Offaly, in Irlanda. L’impianto sorgerà sulle ceneri di una ex centrale elettrica a torba, riconvertita in motore della transizione energetica, e promette un costo di accumulo a lungo termine del 30% inferiore rispetto alle batterie agli ioni di litio, secondo le stime di Energy Dome riportate da IEEE Spectrum. Non si tratta di un prototipo: il sito ha già ottenuto un contratto di capacità decennale da EirGrid, il gestore della rete di trasmissione irlandese, e dovrebbe entrare in funzione entro il 2028.

Il 30% di vantaggio economico non è una proiezione di laboratorio: già dall’estate 2025 l’impianto di Ottana, in Sardegna, da 20 MW ha dimostrato la fattibilità della tecnologia accumulando energia in modo continuo. La CO2 Battery opera con un ciclo chiuso di anidride carbonica, evitando metalli critici e, soprattutto, offrendo una durata di scarica nettamente superiore. Con quasi nove ore di erogazione continua — 200 MWh erogati a 23 MW — l’impianto irlandese si candida a soddisfare esigenze di time‑shifting che le batterie al litio, ottimizzate per 2‑4 ore, faticano a coprire senza sovradimensionamento.

L’Irlanda come banco di prova strategico

Non è un caso che il primo contratto commerciale nasca proprio sull’isola di smeraldo. L’Irlanda ha obiettivi rinnovabili ambiziosi: il governo ha fissato la soglia dell’80% di elettricità da fonti pulite, e già nel luglio 2024 ha riconosciuto che lo stoccaggio di elettricità su scala di rete è vitale per centrare quel traguardo e accelerare l’uso di elettricità rinnovabile. La riconversione di un ex sito termoelettrico a torba aggiunge un paradosso simbolico: il passato fossile lascia spazio a un hub di accumulo pulito. L’appoggio di EirGrid con un contratto di capacità decennale dà ulteriore concretezza. Ma la spinta decisiva arriva da Google. Un anno fa, nel luglio 2025, la multinazionale aveva stretto con Energy Dome un accordo commerciale strategico per sviluppare progetti CO2 Battery in Europa, America e Asia‑Pacifico, con l’obiettivo di raggiungere il 100% di energia carbon‑free entro il 2030. Il progetto irlandese è il primo contratto bilaterale scaturito da quella pipeline, e farà da apripista a una serie di installazioni destinate a moltiplicarsi rapidamente.

Sul campo: il trade‑off per gli operatori

La risposta sul potenziale reale arriva dai numeri e da un impianto gemello già in funzione. L’esperienza sarda dice che la CO2 Battery non è solo più economica, ma ha costi operativi contenuti e una risposta dinamica adatta ai mercati dei servizi di rete. Con 200 MWh a disposizione, un operatore può spostare blocchi di energia rinnovabile di diverse ore, compensando i cali di vento o sole senza ricorrere a generazione termoelettrica. Non è un esperimento isolato: nel corso del 2026, repliche del sistema stanno comparendo su più continenti, segno che la catena di fornitura sta raggiungendo la maturità industriale. Per chi installa o gestisce accumuli, il trade‑off è netto: una durata di scarica di 8‑9 ore, costi di capitale più bassi e l’assenza di materiali critici offrono un’alternativa concreta al litio, soprattutto per applicazioni connesse a grandi carichi e integrazione rinnovabile di rete.

La CO2 Battery non è più una promessa: nel 2028 l’Irlanda sarà il primo test commerciale su larga scala, ma già oggi i dati operativi dalla Sardegna e l’interesse di Google indicano un cambio di passo. Per chi gestisce reti e grandi carichi, ignorare questa alternativa potrebbe presto costare caro.