Il progetto NuScale in Idaho cancellato dopo che i costi sono passati da 3,6 a 9,3 miliardi di dollari
Con queste temperature, accendere il condizionatore è quasi un gesto automatico. Ma mentre cerchiamo un po’ di sollievo, in molti guardano alla prossima bolletta con un certo timore. Ed è proprio in questi momenti che rispunta il miraggio di una fonte energetica compatta, potente e, nelle intenzioni, a buon mercato: i cosiddetti piccoli reattori nucleari modulari, noti anche come SMR. L’idea di una centrale nucleare in miniatura, replicabile come uno stampo e pronta a risollevare le sorti della nostra manifattura, è da anni un argomento di conversazione ricorrente. Peccato che i fatti, a guardarli bene, stiano prendendo una strada diversa, e l’ultimo scossone arriva proprio dagli Stati Uniti. Secondo quanto riportato, il progetto NuScale è stato cancellato per costi effettivi di costruzione che si sono rivelati insostenibili: 9,3 miliardi di dollari per una potenza totale di soli 462 MW. Un progetto in fase avanzata, mandato in fumo dai numeri. Ma perché un progetto così promettente è fallito?
Il flop NuScale e il paradosso dei mini-reattori
Dal dubbio, andiamo al cuore economico della questione. La storia è istruttiva perché mostra, plastificata in un singolo caso, la deriva finanziaria che accompagna quasi ogni avventura nucleare contemporanea. Il piano di NuScale Power prevedeva la costruzione di una centrale con sei piccoli reattori da 77 MW ciascuno nello stato dell’Idaho, con l’obiettivo di entrare in funzione entro il 2030. Ma già nel 2023, quella che era una speranza si è trasformata in un buco nell’acqua. La stima dei costi di NuScale era letteralmente esplosa, passando da 3,6 miliardi di dollari ai già citati 9,3 miliardi per l’impianto originale VOYGR. I clienti, di fronte a un conto più che raddoppiato, hanno fatto un passo indietro e il progetto è stato abbandonato. Un incremento del genere non è un dettaglio tecnico: è lo spettro che rende il nucleare, sia esso grande o piccolo, un pessimo affare senza sussidi pubblici a fondo perduto.
E non è un problema solo americano. Se allarghiamo lo sguardo, la promessa di una diffusione rapida e capillare degli SMR si scontra con una realtà fatta di pochissimi prototipi e zero concorrenza reale. Attualmente nel mondo esistono soltanto tre prototipi di SMR, e nessuno di questi sta trainando una rivoluzione commerciale: il reattore galleggiante Lomonosov in Russia, un dimotratore a gas in Cina e un reattore sperimentale in India. Il dato chiave, emerso già nel corso del 2026, è che solo Cina e Russia hanno costruito con successo reattori SMR operativi. La Russia in particolare, dal 2020, gestisce commercialmente la centrale galleggiante Akademik Lomonosov nell’Estremo Oriente. Per tutti gli altri Paesi, inclusi quelli con decenni di tradizione nucleare alle spalle, il sogno rimane sulla carta.
C’è poi un aspetto di cui si parla poco quando si immagina un futuro con tante piccole centrali distribuite sul territorio: le scorie. L’idea intuitiva che un reattore più piccolo produca meno rifiuti è fuorviante. Al contrario, una recente analisi scientifica su tre diversi progetti di SMR ha mostrato che, per energia prodotta, i piccoli reattori modulari aumentano i volumi di combustibile nucleare esaurito e di scorie radioattive a breve e media vita fino a 5,5, 30 e persino 35 volte rispetto a un reattore convenzionale. Un moltiplicatore che rende ancora più spinosa una questione irrisolta da decenni: dove mettere, in sicurezza e per un tempo che eccede la durata di qualunque civiltà, questa enorme quantità di materiale radioattivo.
La scelta italiana (e cosa ci conviene fare)
Dai fallimenti globali, torniamo a casa nostra. L’Italia, su questa partita, ha già preso una decisione netta molto tempo fa. Il referendum del 2011 sul nucleare, celebrato poco dopo il disastro di Fukushima, ha cancellato i piani per la costruzione di nuovi reattori. In quel voto, oltre il 94% degli elettori si è espresso a favore del divieto, con un’affluenza del 55% che ha reso la consultazione vincolante. Non fu un’alzata di spalle, ma una presa di posizione che nel tempo ha allineato il nostro Paese a un drappello ristretto di nazioni che, al 2026, hanno completamente eliminato l’energia nucleare per la generazione di elettricità dopo aver avuto reattori operativi: insieme all’Italia, solo Lituania, Kazakhstan e Germania hanno percorso questa strada fino in fondo.
Di fronte a un panorama dove gli SMR costano troppo, producono più scorie dei reattori tradizionali e restano appannaggio di attori geopolitici lontani, la scelta italiana appare meno ideologica e più pragmatica di quanto il dibattito pubblico voglia ammettere. Non si tratta di opporsi a una tecnologia per principio, ma di fare i conti con la convenienza reale. Mentre si attende l’ennesimo prototipo, famiglie e imprese hanno già oggi strumenti per abbattere i consumi e il peso delle bollette: l’efficienza energetica degli edifici, le pompe di calore, i pannelli fotovoltaici con sistemi di accumulo sono opzioni concrete, con tempi di rientro certi e incentivi noti. Non è la scorciatoia tecnologica che qualcuno promette, ma è l’unica strada che in questo momento dà risultati misurabili sul conto corrente. Non aspettiamoci un futuro a basso costo dall’energia nucleare in miniatura: la scelta più sensata, per famiglie e imprese, è investire in ciò che già funziona, migliora la bolletta e non produce montagne di scorie senza destinazione.




