La legge californiana del 2014 tratta tutti gli agricoltori allo stesso modo; un rapporto propone cinquanta raccomandazioni.
Secondo il censimento USDA del 2022, in California le aziende agricole sotto i 500 acri rappresentano l’88 per cento di tutte le imprese agricole dello stato. Eppure l’85 per cento dei 170 piccoli agricoltori intervistati ha dichiarato di temere di dover chiudere a causa delle normative sulle acque sotterranee. Lo scorso 29 luglio è stata pubblicata la prima valutazione in assoluto della considerazione dei piccoli agricoltori nelle normative californiane sulle acque sotterranee, realizzata dai ricercatori della University of California Small Farms Network e della Community Alliance with Family Farmers. Non è una contraddizione: è il punto di partenza per capire perché la paura diffusa non coincide necessariamente con il rischio idrico reale.
L’88% invisibile e l’85% che teme di sparire
Il rapporto è il risultato di tre anni di attività di sensibilizzazione, sondaggi, revisione di documenti politici e coinvolgimento di piccoli agricoltori in tutto lo stato. Documenta le difficoltà che le piccole aziende affrontano con le regole sulle acque sotterranee e mette in evidenza il valore delle piccole aziende nei bacini idrici prioritari della California: San Joaquin Valley, Sacramento Valley, Central Coast, North Coast e Southern California. È la prima fotografia di un comparto che il linguaggio della legge tende a non vedere: se quasi nove imprese agricole su dieci stanno sotto i 500 acri, qualsiasi norma che non tenga conto della scala rischia di produrre effetti su una quota che è di fatto la maggioranza del settore. Secondo Catherine Van Dyke, direttrice delle politiche idriche presso la Community Alliance with Family Farmers, «i piccoli agricoltori della California affrontano rischi e barriere sproporzionati con l’attuazione del SGMA». Resta aperta una domanda: se i piccoli sono così tanti e così spaventati, perché la norma non li distingue?
Acqua uguale per tutti, rischi disuguali
Il Sustainable Groundwater Management Act, approvato nel 2014, nasce come passo necessario per porre fine a decenni di pompaggio insostenibile delle falde. Ma il testo tratta tutti gli “utenti agricoli” allo stesso modo, anche se i piccoli agricoltori pompano molta meno acqua sotterranea. È un approccio che ignora la scala: non distingue un’azienda da 500 acri da una da 50, chi estrae grandi volumi per colture estensive da chi irriga superfici limitate. Il risultato, secondo i ricercatori, è che la perdita diffusa di piccole aziende agricole emerge come esito indesiderato, non dovuto esclusivamente al sovrasfruttamento ma anche alla mancanza di una gestione delle acque sotterranee calibrata sulle esigenze delle piccole aziende.
E qui arriva il secondo cortocircuito. Se si guarda all’analisi quantitativa del PPIC sulla San Joaquin Valley, il rischio che i piccoli agricoltori debbano lasciare i terreni incolti è in media inferiore a quello delle grandi aziende: le piccole imprese sono concentrate in distretti irrigui più vecchi, con diritti idrici di superficie senior. Tradotto: la paura dell’85 per cento non coincide con il rischio idrico effettivo. Il problema è un altro, ed è la rappresentanza. La norma è cieca alla scala, e chi non ha voce nei processi di pianificazione — i piani delle agenzie di sostenibilità delle acque sotterranee — rischia di essere trattato come un residuo statistico anziché come l’88 per cento del comparto.
Cinquanta raccomandazioni e un numero da osservare
Il rapporto non si limita all’analisi: propone 50 raccomandazioni attuabili per proteggere le piccole aziende agricole, valorizzandole come parte della gestione a lungo termine delle acque sotterranee. La palla ora passa alle agenzie locali di sostenibilità delle acque sotterranee, che devono tradurre le raccomandazioni in obblighi concreti. La domanda da porsi non è se i piccoli agricoltori sopravvivranno al SGMA, ma se le agenzie sapranno farli contare. Il numero da osservare nei prossimi mesi è quanti di quei 50 interventi diventeranno parte dei piani delle agenzie di sostenibilità. Per ora, il primo rapporto ha trasformato un 85 per cento di paura in un dato che la politica non potrà ignorare.




