Lo studio ha analizzato 92.961 campioni di pesca a strascico in quattro decenni, coprendo 607 specie ittiche
La prossima volta che chiedi al pescivendolo da dove viene il pesce, ascolta la risposta: cambia più spesso di quanto pensi. Non è solo moda, è il termometro del mare. Il sospetto non è nuovo: secondo i dati di OSPAR, già tra il 1980 e il 2004 le temperature di fondo dei mari epicontinentali europei sono aumentate di 1,6°C. E già nel 2008, secondo Dulvy et al., merluzzo, rombo e rana pescatrice mostravano un approfondimento della loro distribuzione. Ma erano pezzi sparsi di un mosaico: serviva un quadro unico su quattro decenni. Lo scorso luglio è arrivato, con uno studio pubblicato su Nature Communications.
Quattro decenni di reti, 607 specie
Lo studio è il tentativo più ampio di fotografare dove sono finiti i pesci europei. Ha analizzato 92.961 campioni di pesca a strascico raccolti in 21 programmi di pesca scientifica sulla piattaforma continentale europea, coprendo 607 specie ittiche in quattro decenni. Non una specie simbolo, non un mare soltanto: decenni di reti scientifiche, incrociati per leggere i movimenti nel loro insieme.
Il primo risultato conferma il sospetto di chi sta in banchina: circa il 60% delle popolazioni ittiche ha mostrato un aumento della profondità media del proprio centroide di distribuzione, con una velocità media di 18 ± 27 metri per decennio. Sul fronte della latitudine, invece, lo spostamento è bilanciato: il 49% delle popolazioni si è mosso verso nord (63 ± 87 km per decennio) e il 51% verso sud (70 ± 101 km per decennio). Non c’è una fuga di massa verso il Polo, come a volte si racconta: c’è una ridistribuzione in più direzioni.
Il dato più contro-intuitivo è quello sull’abbondanza. Il 73% delle popolazioni ha mostrato un aumento, indipendentemente dalla direzione dello spostamento: scendano in profondità, risalgano, vadano a nord o a sud. E il 61% ha ampliato la propria estensione spaziale. In altre parole, i pesci non stanno sparendo: stanno cambiando posto e, in molti casi, occupano un’area più grande di prima.
A spiegare il perché c’è anche uno studio pubblicato su Global Change Biology. Il 56% dei taxa ittici analizzati ha mostrato uno spostamento significativo della distribuzione. I fattori che contano di più sono il cambiamento climatico — le temperature a breve e a lungo termine — e l’abbondanza dei taxa stessi. La pressione di pesca arriva solo terza, ed è significativa soprattutto per le specie di maggiore importanza commerciale.
Il paradosso del piatto: pesce sostenibile, ma altrove
Se i pesci si spostano e aumentano, cosa significa per chi li pesca e per chi li compra? La risposta non è nell’allarme, ma in un paradosso. Da un lato, la gestione della pesca è migliorata parecchio. Dalla riforma del 2002 della Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea, lo sforzo di pesca si è ridotto in modo sostanziale, secondo ICES. E secondo il Quality Status Report 2023 di OSPAR, la maggior parte degli stock ittici valutati è ora pescata a un tasso di mortalità per pesca pari o inferiore agli obiettivi di rendimento massimo sostenibile (MSY). Detto in parole povere: stiamo pescando meno e meglio di vent’anni fa.
Dall’altro lato, la distribuzione del pesce è cambiata, e continuerà a cambiare. Se le popolazioni scendono in profondità o si spostano verso altre latitudini, cambia anche ciò che arriva al banco: la stessa specie può provenire da acque diverse, o essere affiancata da specie che prima si trovavano altrove. Il pescivendolo che ti dice che il nasello oggi arriva da più a nord non ti sta raccontando una storia: ti sta passando il bollettino del mare. Da qui in avanti, leggere l’etichetta non è un vezzo: è l’unico modo per sapere cosa metti nel piatto.
Il pesce non manca, ed è pescato meglio di vent’anni fa. Ma arriva da acque più profonde o da altre latitudini: al banco, chiedi la provenienza e accetta che il mare che conoscevi è già cambiato.




