Pascoli coprono metà della Terra ma restano ai margini del dibattito su clima e cibo
Il dato di partenza è di quelli che costringono a fermarsi: i pascoli coprono circa la metà della superficie terrestre mondiale, stando a
quanto riportato dalla stessa FAO. Non sono foreste, non sono campi coltivati, non sono città. Sono distese che ospitano una biodiversità unica e comunità pastorali la cui sopravvivenza dipende interamente da quegli ecosistemi. Eppure, fino a questo momento, il dibattito pubblico sulla sicurezza alimentare e sulla sostenibilità ambientale si è concentrato quasi esclusivamente su agricoltura intensiva, deforestazione e filiere ittiche. Le praterie restavano invisibili.
Un oceano dʼerba
Per capire quanto sia singolare questa lacuna basta un confronto con lʼattenzione che lʼestablishment della sicurezza alimentare riserva ad altri temi. Lo scorso anno, il World Food Forum ha richiamato 15.000 partecipanti nella sede FAO di Roma, più migliaia di collegamenti online. Quasi 500 giovani scienziati sono arrivati dagli Stati Uniti per discutere di cibo, clima e innovazione. Numeri che raccontano una macchina diplomatica e scientifica imponente, capace di mobilitare risorse e persone.
Eppure quella macchina, per decenni, ha girato lasciando ai margini proprio la metà del pianeta. La FAO stessa era nata con un altro sguardo. Fondata durante la Seconda Guerra Mondiale da Stati Uniti, Canada e altri 40 membri fondatori, quando milioni di persone morivano di fame in Europa e nel mondo, lʼorganizzazione aveva scelto come motto «Fiat panis» – «Ci sia pane» – su indicazione del primo Direttore Generale, Sir John Boyd Orr. La Costituzione fu firmata a Quebec City, in Canada, il 16 ottobre 1945, data che oggi celebriamo come Giornata Mondiale dellʼAlimentazione. Allora lʼurgenza era riempire i granai. Oggi il problema è più complesso: non basta produrre, bisogna capire dove e come si produce, e chi lo fa.
I pascoli, in questo senso, rappresentano un paradosso. Sono la forma più estesa di utilizzo umano del territorio, e al tempo stesso quella meno conosciuta, meno monitorata, meno finanziata. Non compaiono quasi mai nei rapporti sul clima, sebbene immagazzinino carbonio in quantità paragonabili alle foreste. Non entrano nei calcoli sulla produzione alimentare, benché sostengano centinaia di milioni di persone attraverso la carne, il latte, le fibre, i fertilizzanti organici.
I custodi dimenticati
Dietro quei numeri ci sono milioni di persone. Pastori nomadi, allevatori transumanti, comunità che da generazioni si spostano seguendo la pioggia e lʼerba fresca. Il messaggio della FAO, affidato al Direttore Generale Qu Dongyu, arriva a loro con una presa di posizione netta: «I pascoli e i pastori hanno ruoli critici nel garantire la sicurezza alimentare globale e la stabilità ambientale». Non è una dichiarazione di circostanza. È un rovesciamento di prospettiva rispetto alla narrazione dominante, che per anni ha dipinto la pastorizia nomade come un residuo arcaico, inefficiente, talvolta dannoso.
I dati smentiscono quella semplificazione. I sistemi pastorali producono cibo dove lʼagricoltura non può arrivare, utilizzando risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate – acqua piovana, vegetazione spontanea, terreni marginali. Mantengono paesaggi aperti che prevengono gli incendi, conservano razze animali adattate a climi estremi, presidiano territori che altrimenti verrebbero abbandonati o degradati. E lo fanno con unʼimpronta di carbonio per chilo di proteina prodotta spesso inferiore a quella degli allevamenti intensivi, se si considera lʼintero ciclo di vita e lʼassenza di input chimici e mangimi concentrati.
Eppure, proprio mentre lʼONU dedica loro un anno internazionale, resta aperta la domanda su cosa significhi questo riconoscimento nella pratica. Qu Dongyu ha posto unʼasticella precisa ai pastori e a chi lavora con loro: «Non fermiamoci alla Better Production, dobbiamo partire da lì ma poi lavorare per tutti i Four Betters». Nel quadro strategico della FAO, i Quattro Meglio sono Produzione Migliore, Nutrizione Migliore, Ambiente Migliore e Vita Migliore. Tradotto: aumentare la produttività dei pascoli non basta, se non si migliorano simultaneamente le condizioni di vita delle comunità pastorali, la qualità della loro alimentazione e la salute degli ecosistemi che li sostengono. Un programma ambizioso, che richiede investimenti mirati in infrastrutture leggere, servizi veterinari mobili, diritti fondiari chiari e accesso ai mercati.
La domanda ora è: basterà un anno per cambiare le politiche? Il precedente di altre iniziative ONU suggerisce cautela. Gli anni internazionali servono ad accendere i riflettori, ma la luce rischia di spegnersi quando scade il calendario. La differenza, questa volta, potrebbe farla la scala del fenomeno: metà della superficie terrestre è un argomento difficile da ignorare, se accompagnato da dati solidi e da una coalizione di Paesi – dalla Mongolia al Canada, dalla Cina agli Stati Uniti – che hanno interessi concreti nella gestione dei pascoli.
Il piatto della bilancia
Passata la celebrazione, resta il messaggio di Qu Dongyu: non fermarsi alla produzione. È un avvertimento che suona quasi come un rimprovero a chi, nel mondo della cooperazione internazionale, ha sempre guardato alla pastorizia solo in termini di capi di bestiame e tonnellate di carne. I pascoli non sono fabbriche a cielo aperto. Sono infrastrutture naturali che regolano il ciclo dellʼacqua, ospitano impollinatori, sequestrano carbonio. I pastori non sono solo produttori: sono custodi di conoscenze ecologiche che la scienza moderna sta solo iniziando a decifrare.
La vera sfida non è dichiarare un anno, ma trasformare il riconoscimento in investimenti. Il prossimo numero da guardare sarà un altro: quanti fondi per la ricerca sui pascoli arriveranno dopo il 2026. Al momento, la quota di finanziamenti agricoli e ambientali destinata ai sistemi pastorali resta trascurabile rispetto alla loro estensione e al loro ruolo nella sicurezza alimentare di intere regioni – dal Sahel allʼAsia centrale, dal Corno dʼAfrica allʼaltopiano tibetano. Se tra due anni quel numero non sarà cambiato, sapremo che il 2026 è stato solo unʼetichetta. Se invece i governi e le agenzie internazionali cominceranno a investire in monitoraggio, ricerca genetica sulle specie foraggere autoctone, servizi sanitari transfrontalieri per le mandrie, allora qualcosa si sarà mosso davvero. La metà della Terra, per una volta, avrà smesso di essere invisibile.




