Il report della Columbia Law School conta 459 contee con restrizioni severe già entro fine 2024

Alla fine della scorsa settimana la regola per il calore pulito nella California meridionale ha superato una sfida legale che avrebbe potuto bloccarla. Lo stesso giorno, a quasi quattromila chilometri di distanza, i commissari di una contea dell’Ohio si riunivano per decidere se accettare un nuovo parco fotovoltaico. Lo hanno respinto. Due decisioni che raccontano meglio di qualsiasi discorso la tensione che attraversa gli Stati Uniti sull’energia pulita: la transizione avanza, ma il fronte del «no» si allarga a vista d’occhio. Secondo un nuovo rapporto della Columbia Law School, entro la fine del 2024 almeno 459 contee e municipalità in 44 stati avevano adottato severe restrizioni locali per l’installazione di impianti rinnovabili.

Due Americhe, due velocità

La California spinge, l’Ohio frena. Non è una semplificazione: la regola sul calore pulito per il sud dello stato — un meccanismo pensato per decarbonizzare il riscaldamento domestico — ha appena incassato un via libera legale che ne consolida il percorso. Eppure, la mappa dell’energia pulita negli Stati Uniti è un mosaico di opposti, dove il potere di fermare un parco eolico o solare è stato in molti casi trasferito dalle autorità statali direttamente alle amministrazioni locali.

In Ohio il punto di svolta è arrivato nel 2021, quando la legislatura statale ha approvato il Senate Bill 52. Quella legge ha dato ai leader locali un potere di veto sui progetti di energia rinnovabile che altrimenti sarebbero stati approvati dal Power Siting Board statale. Il risultato non si è fatto attendere: circa un terzo delle contee dell’Ohio ha vietato lo sviluppo eolico e solare, inclusa la contea di Richland. Non si tratta di aree marginali: stiamo parlando di territori con estensioni di terreno agricolo tra le più produttive dello stato. Cosa spinge queste comunità a rifiutare progetti che occupano così poco spazio?

Numeri che sfatano il mito della «fame di terra»

Basta guardare i dati sull’uso del suolo per capire che la resistenza si basa su percezioni sbagliate. I pannelli solari, al momento, occupano lo 0,04% della superficie totale degli Stati Uniti. Per i terreni agricoli la quota sale di poco: lo 0,07% del totale nazionale. Sono cifre che la Solar Energy Industries Association (SEIA) ha provato a mettere nero su bianco, e che smontano pezzo per pezzo l’argomento del «ci rubano la terra».

Restringendo il campo all’Ohio, il quadro è ancora più netto. I pannelli solari coprono meno di un settimo dell’1% dei terreni agricoli di prima qualità dello stato — secondo i dati della SEIA. Per dare un termine di paragone concreto: i campi da golf e l’espansione suburbana occupano in Ohio una superficie molto più estesa di tutti gli impianti fotovoltaici messi insieme. E a livello nazionale il rapporto è ancora più impressionante: ci sono 43 acri di terreni agricoli di prima qualità abbandonati per ogni acro occupato dal solare su terreni della stessa categoria. Terreni che restano incolti, nessuno protesta. Terreni che producono energia pulita, scatta il blocco.

Le cifre assolute raccontano una storia che non lascia spazio a dubbi: 0,04%, 0,07%, meno di un settimo dell’1%. Sono percentuali irrisorie. Allora perché la resistenza cresce? Dietro i divieti locali c’è molto più della paura di perdere campi coltivati. C’è la diffidenza verso ciò che altera il paesaggio conosciuto, c’è la preoccupazione per il valore degli immobili, c’è — in alcuni casi — una strumentalizzazione politica che trasforma ogni progetto in un referendum sull’«agenda green». Il dato sui 43 acri abbandonati per ogni acro solare è il più scomodo, perché toglie alla radice la legittimità tecnica di chi si oppone invocando la difesa del suolo agricolo.

La rivolta delle contee non si ferma

Il fenomeno non è isolato. L’edizione 2025 del rapporto della Columbia Law School, pubblicata nel giugno dello scorso anno, fotografa un’opposizione diffusa e in rapida crescita: 498 progetti contestati in 49 stati, con un aumento del 32% rispetto all’anno precedente, quando i progetti contestati erano 378 in 47 stati. Significa che il conflitto locale sulle rinnovabili non solo non si sta attenuando, ma sta accelerando. Ogni nuova contestazione allunga i tempi di autorizzazione, gonfia i costi, e in molti casi affossa definitivamente l’iniziativa.

Il dato delle 459 contee e municipalità che hanno già adottato restrizioni severe — rilevato alla fine del 2024 — va letto insieme a quello dei 498 progetti contestati. Il primo fotografa lo stock di barriere già erette, il secondo la dinamica in corso. Insieme, restituiscono l’immagine di una transizione energetica che sta diventando sempre più frammentata sul piano regolatorio. Ogni contea decide per sé, e questo mosaico di micro-decisioni sta creando un patchwork di aree precluse che rischia di strangolare l’espansione dell’energia pulita proprio negli stati dove il potenziale è maggiore.

La California può accelerare quanto vuole — e lo sta facendo, la regola sul calore pulito del sud dello stato ne è la prova. Ma se un terzo delle contee dell’Ohio continua a blindare il territorio, e se il trend nazionale va nella stessa direzione, il quadro complessivo resta incerto. Nei prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio sarà indicato nel prossimo rapporto della Columbia Law School: quante nuove contee si aggiungeranno alla lista di quelle che chiudono la porta alle rinnovabili. Per ogni acro di solare installato, la domanda non è se c’è abbastanza terra. La domanda è se c’è abbastanza volontà politica di lasciarlo costruire.