La causa riguarda il 62% del progetto detenuto da TotalEnergies e chiede di fermare il flusso di petrolio

Vi siete mai chiesti, leggendo l’etichetta “verde” di un fornitore di energia, se quella promessa vale anche quando lo stesso gruppo costruisce un oleodotto in Uganda o Tanzania? La domanda non è astratta: dallo scorso luglio una nuova controversia ha portato l’evoluzione della strategia nel contenzioso ambientale transfrontaliero davanti ai tribunali del Regno Unito. È l’ultima sfida all’East African Crude Oil Pipeline, conosciuto come oleodotto dell’Africa orientale, e coinvolge la condotta di società multinazionali in un progetto che attraversa Uganda e Tanzania. Tra i nomi citati figurano Shell, TotalEnergies e la China National Offshore Oil Corporation.

Il dubbio dietro la bolletta

Al centro del caso c’è una condotta, non un singolo impianto. Secondo quanto ricostruito, la major francese TotalEnergies controlla il 62% della società che porta avanti il progetto. I ricorrenti chiedono un’ingiunzione per fermare il flusso di petrolio più un risarcimento. La novità non sta tanto nel merito, quanto nel metodo: è la prima volta, a quanto risulta, che il diritto climatico e ambientale ugandese viene portato davanti a un tribunale straniero.

La scelta di rivolgersi al Regno Unito riflette in parte i dubbi sull’equità di un processo in Uganda per cause che riguardano l’oleodotto multimiliardario. Ma per chi firma una bolletta in Europa, il punto è un altro: la promessa ambientale di un fornitore non può essere valutata solo dentro i confini nazionali. Se un tribunale britannico esamina la condotta di società multinazionali tra Uganda e Tanzania, le etichette “verdi” smettono di essere una questione di marketing locale.

Perché Parigi conta più di quanto sembri

Se oggi si discute di norme ugandesi davanti a un giudice britannico, è perché a Parigi si è già aperto un varco. Nel dibattito francese si intrecciano la legge sul dovere di vigilanza e il codice del consumo. Già il 20 gennaio 2022 un commissario di giustizia aveva effettuato un constat su internet relativo alla campagna di TotalEnergies. Poco dopo, il 2 marzo 2022, le associazioni ricorrenti hanno citato in giudizio TotalEnergies e TotalEnergies Electricité et Gaz France davanti al tribunale giudiziario di Parigi per pratiche di greenwashing, sulla base degli articoli L 121-1 e seguenti del codice del consumo. Non si trattava di un dettaglio pubblicitario: il tema era il racconto ambientale complessivo del gruppo.

A fine giugno, come riportato dal Guardian, il tribunale ha affermato che le emissioni di gas serra Scope 3 rientrano tra le emissioni derivanti dalle attività del gruppo ai sensi della legge, per il legame intrinseco tra produzione di petrolio e gas e combustione dei prodotti da parte degli utenti. In pratica, le emissioni di chi brucia il petrolio non sono un problema estraneo al gruppo: fanno parte del suo perimetro di responsabilità. Questo passaggio rende più difficile per un’azienda promuovere energia da fonti rinnovabili da un lato e, dall’altro, partecipare a un’infrastruttura che produce combustibili fossili destinati a essere bruciati altrove.

Dall’aula africana al contratto europeo

Da un’aula di tribunale africana a una bolletta europea il passo è più breve di quanto sembri. L’ultima sfida all’EACOP segnala implicazioni rilevanti per le imprese multinazionali, perché un giudice straniero può essere chiamato a valutare la condotta di una società su un progetto lontano. Per le imprese che vendono energia e servizi in Europa, questo significa che i controlli sulle promesse ambientali non si fermano al singolo impianto o alla singola filiale: l’intera catena del valore, comprese le partecipazioni in infrastrutture in Africa, può diventare oggetto di valutazione legale.

Per chi firma un contratto, il cambiamento non arriva come un costo immediato in bolletta. Arriva come un criterio di scelta e come una responsabilità più lunga. La domanda finale non è più solo “quanto costa?”, ma “fino a dove arriva la responsabilità di chi vende?”. La controversia sull’oleodotto dell’Africa orientale non offre una risposta definitiva, ma cambia le aspettative: le leggi climatiche di un Paese lontano non restano confinate a quel Paese e arrivano fino al contratto che firmiamo.