Per chi vive lungo il fiume Elk, nei pressi di Sparwood, controllare i dati sulla qualità dell’acqua è diventato un gesto automatico: in 24 anni di rilevazioni i livelli di selenio non sono mai scesi sotto i limiti di sicurezza. A gennaio 2026, l’ampliamento proposto per la miniera di Fording River è entrato formalmente nella fase di commento pubblico della valutazione ambientale della British Columbia. Il gesto quotidiano di chi vive a valle e il nuovo progetto estrattivo sono due facce della stessa questione.

Un fiume che non è mai stato pulito

I numeri non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Nel 2025, subito a valle della miniera di Fording River, i livelli di selenio hanno raggiunto un picco pari a 38,5 volte il limite di sicurezza per la salute acquatica della British Columbia. Non si tratta di un episodio isolato né di una scoperta recente: già a metà degli anni Novanta erano state trovate quantità crescenti di selenio, nitrati e solfati nell’acqua a valle delle miniere, e fu stabilito che le estese perturbazioni del suolo e dell’acqua legate all’estrazione di superficie, con i grandi volumi di roccia di scarto generati nelle miniere, causavano il rilascio di queste sostanze nell’ambiente. In altre parole, l’inquinamento non è un rischio ipotetico: è una condizione documentata da decenni, che colpisce concretamente chi sta a valle.

L’ampliamento contestato

L’elemento centrale della discussione è l’espansione stessa. La Fording River Extension (FRX) di Elk Valley Resources amplierebbe la più grande miniera di carbone della British Columbia di oltre 2.000 ettari, producendo più di tre miliardi di metri cubi di roccia di scarto. Non è un’idea nuova: le obiezioni della Nazione Ktunaxa erano state decisive quando, nel 2023, la British Columbia respinse una versione precedente del progetto. La Nazione Ktunaxa si oppone all’espansione da anni, e quelle obiezioni non sono mai state superate.

La posizione non è cambiata neppure di fronte alla nuova versione. Nell’ottobre 2025 la Nazione Ktunaxa ha dichiarato di «non appoggiare il passaggio di FRX alla fase di valutazione ambientale del processo». Nonostante quella lettera, a gennaio 2026 l’espansione è comunque entrata nella fase di commento pubblico. È questo il passaggio che rende la vicenda un banco di prova: non si tratta solo di valutare un ampliamento minerario, ma di decidere se una nuova estrazione di carbone possa convivere con un fiume che, in 24 anni di rilevazioni, non ha mai rispettato i limiti di sicurezza per il selenio. La provincia valuta oggi un progetto che ripropone lo stesso modello — estrazione di superficie e grandi volumi di roccia di scarto — già indicato come causa dell’inquinamento documentato a metà degli anni Novanta.

Oltre il confine, la partita si allarga

La vicenda non si ferma al confine canadese. Decenni di estrazione del carbone nella valle hanno portato a concentrazioni dannose di selenio a valle, nella British Columbia e negli stati americani di Montana e Idaho. L’inquinamento ha innescato un riferimento binazionale formale alla Commissione congiunta internazionale, nell’ambito del Trattato sulle Acque di Confine del 1909, con la richiesta di intervenire sull’impatto della contaminazione transfrontaliera nel bacino dell’Elk-Kootenai/y.

Dal canto suo, Glencore ha dichiarato di aver preso «impegni significativi» con il governo canadese su occupazione, ambiente e dialogo costruttivo con le nazioni indigene della Elk Valley. Lo ha fatto nell’annuncio sull’acquisizione di Elk Valley Resources. Resta da vedere se questi impegni risponderanno a un’opposizione che dura da anni e a una procedura internazionale già formalmente avviata.

Chi segue la vicenda può aspettarsi che la valutazione ambientale e il confronto transfrontaliero chiariscano se l’espansione riuscirà a superare non solo i limiti di legge, ma anche il giudizio delle comunità e degli accordi internazionali. Per chi vive lungo il fiume Elk, intanto, il gesto di controllare l’acqua resta lo stesso.