Il regolamento Ue distingue le rimozioni di CO₂ dagli evitamenti, creando due mercati separati

Ieri l’Unione europea ha messo nero su bianco una definizione che mancava da anni, e che molti operatori temevano. Con il Carbon Removals and Carbon Farming framework (CRCF) Bruxelles ha disegnato i contorni di ciò che può essere considerato un credito di carbonio credibile, e così facendo ha scavato un solco tra due mondi fino a ieri convissuti nello stesso paniere. Da una parte le rimozioni – quegli interventi che estraggono anidride carbonica dall’atmosfera, con la natura o con l’ingegneria – dall’altra le riduzioni e gli evitamenti, che impediscono a emissioni future di entrare in atmosfera. La partita sulla qualità dei crediti di carbonio si è spaccata in due. E per migliaia di progetti basati su evitamenti – foreste preservate, metano catturato da discariche, fornelli efficienti distribuiti in Africa – la strada per restare sul mercato si fa ripida.

Non è una questione tecnica per specialisti. È il segnale che la fase in cui comprare crediti era un gesto simbolico, un’operazione da bilancio di sostenibilità, sta finendo. Come scrive edie, «per anni acquistare crediti di carbonio è sembrato una transazione: compri un lotto, rivendichi il taglio delle emissioni, vai avanti. Quell’era si sta chiudendo in fretta». Il mercato volontario, che vale miliardi, si trova ora a fare i conti con un confine normativo che l’Europa ha tracciato pensando ai propri obiettivi climatici, ma che influenzerà gli standard di fatto anche altrove.

Il confine è tracciato

Il CRCF non è una direttiva, è un quadro di riferimento che stabilisce criteri comuni per quantificazione, addizionalità, stoccaggio durevole e sostenibilità, con verifica affidata a terzi. Dentro ci finiscono le rimozioni permanenti (come BECCS e cattura diretta dall’aria), lo stoccaggio di lunga durata nei prodotti e il carbon farming – suoli agricoli, riforestazione. Fuori resta tutto il resto: gli evitamenti.

La scelta è politica prima ancora che scientifica. Bruxelles vuole spingere il mercato verso crediti che rispondano a una logica di sottrazione netta di CO₂, non di semplice mancata emissione. E lo fa in un momento in cui il mercato volontario è già sotto esame per scandali legati a crediti sovrastimati o non addizionali. Il paradosso è che proprio gli evitamenti rappresentano la maggioranza dei crediti oggi scambiati, e sono spesso i più accessibili per le aziende che devono compensare emissioni difficili da abbattere in tempi brevi.

Ma il dado è tratto. La domanda che resta aperta è se chi possiede portafogli pieni di evitamenti riuscirà a convertirli, a farli riconoscere sotto altre giurisdizioni o se dovrà svalutarli. Per i buyer più accorti, la bussola è già un’altra.

La selezione naturale della qualità

Già prima che l’UE mettesse i paletti, un altro organismo aveva provato a mettere ordine. L’Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM) ha messo a punto i Core Carbon Principles, dieci criteri scientifici che fissano un punto di riferimento globale per l’integrità di un credito. Non sono legge, ma sono diventati il metro con cui i compratori più sofisticati scelgono i progetti: reale impatto climatico, verificabilità, trasparenza.

Chi segue questa bussola sta già diversificando. Secondo l’analisi di edie, i buyer all’avanguardia condividono due abitudini: spalmano il rischio su molti progetti, così che il fallimento di uno non azzeri la strategia; e fanno evolvere il portafoglio nel tempo, partendo con un mix di riduzioni e rimozioni per rispettare i budget attuali, per poi spostare gradualmente il peso verso le rimozioni. Man mano che le tecnologie ingegneristiche matureranno e i costi scenderanno, la quota di rimozioni permanenti è destinata a crescere.

Il problema, semmai, è che la domanda di crediti di alta qualità è già in aumento – spinta da scadenze climatiche aziendali e dall’incalzare di percorsi di conformità normativa – e gli analisti si aspettano prezzi più alti e offerta più scarsa entro la fine del decennio. In altre parole, il mercato si sta polarizzando: pochi crediti «d’élite» a caro prezzo, e una massa di crediti a basso costo ma sempre meno spendibili in rendicontazioni serie. Chi non avrà fatto in tempo a riqualificare il proprio portafoglio rischia di restare con titoli che nessuno vuole più.

L’asticella alzata dall’UE accelera questa selezione. Non è più solo questione di reputazione. Fra qualche anno, per un’azienda europea che voglia dichiarare la neutralità carbonica senza esporsi a contenziosi o accuse di greenwashing, i crediti fuori dal perimetro CRCF potrebbero semplicemente non valere più nulla.

Ora la palla passa al mercato

Per chi compra, il messaggio è scomodo ma chiaro: pianificare oggi un portafoglio che tra cinque anni sia ancora considerato di qualità significa accettare subito costi più alti e minore disponibilità. La finestra per chi ha scommesso sugli evitamenti si sta chiudendo. Ma il punto è un altro: riuscirà il mercato volontario a generare abbastanza crediti di rimozione verificati, durevoli e sostenibili prima che i regolatori impongano nuovi paletti, magari restringendo ulteriormente i criteri? O stiamo andando verso uno shock di offerta che lascerà scoperte le promesse climatiche di migliaia di imprese?

Per adesso, le imprese che hanno investito in progetti di evitamento si trovano davanti a un bivio. Alcune proveranno a resistere, altre cercheranno mercati meno esigenti, altre ancora tenteranno di convertire i progetti in corso verso logiche di rimozione. Ma il tempo stringe. E anche per i compratori più lungimiranti, la strada verso la neutralità carbonica si fa in salita, lastricata di crediti che costano cari e che scarseggiano.