Il progetto MER ha mappato 90 montagne sottomarine con fondi PNRR, ma le vecchie carte risalivano agli anni Novanta

Il paradosso delle mappe trentennali

Nei giorni scorsi l’ISPRA ha annunciato di aver mappato circa 90 montagne sottomarine sparse in alcuni dei principali mari italiani: dal Ligure al Tirreno settentrionale e meridionale, dal mare di Sardegna allo Ionio, fino all’Adriatico meridionale. È un risultato scientifico di tutto rilievo, ma il modo in cui è stato raggiunto contiene un paradosso difficile da ignorare. Il progetto che ha reso possibile questa mappatura si chiama Marine Ecosystem Restoration, in sigla MER: è il più grande programma sul mare mai finanziato con i fondi del PNRR, con uno stanziamento di 400 milioni di euro per il quadriennio 2022-2026, amministrato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e attuato proprio dall’ISPRA.

Eppure, fino a poche settimane fa, le mappe degli habitat marini su cui si sarebbero dovuti basare gli interventi di ripristino erano in larghissima parte obsolete. Secondo un’analisi del Nature Tech Collective, le mappe esistenti degli habitat marini italiani risultavano vecchie di oltre trent’anni. In altre parole, mentre si stanziavano centinaia di milioni per ricostruire il mare, lo si faceva con una cartografia che in molti casi risaliva agli anni Novanta. Il paradosso non è solo tecnico: è il sintomo di un rapporto intermittente con la conoscenza del nostro spazio marino, un territorio sommerso grande quanto tutta la superficie terrestre del paese ma mappato con la stessa continuità che si potrebbe riservare a un archivio dimenticato in cantina.

Il progetto MER nasce per colmare questo scarto. Il piano è ambizioso: mappare circa 90 seamounts nel Mediterraneo, quelle montagne sottomarine che si innalzano per centinaia di metri dal fondale e che funzionano da veri e propri hotspot di vita. Ma il punto non è solo la quantità di dati raccolti, quanto l’arretratezza da cui si era partiti. Quando un paese spende 400 milioni di euro per ripristinare il mare e si accorge di non avere nemmeno le coordinate aggiornate dei luoghi che vorrebbe proteggere, viene da chiedersi se sia più grave il ritardo nella spesa o quello nella conoscenza.

Cosa ci dicono davvero le montagne sommerse

I dati che ISPRA ha appena pubblicato non sono soltanto una collezione di rilievi batimetrici. Le montagne sottomarine sono ambienti fragili e poco conosciuti, e rappresentano aree ad altissima densità di specie, spesso endemiche, che vivono ancorate alle pareti rocciose o in prossimità delle correnti profonde. La mappatura del progetto MER, come segnala Ocean Central, fornisce dati di base essenziali per la protezione di questi sistemi. Senza un’immagine aggiornata del fondale, qualsiasi misura di tutela rischia di essere tracciata alla cieca.

Il problema è che mappare non equivale a proteggere. Le stesse montagne sottomarine appena censite, comprese quelle affiorate grazie ai fondi del PNRR, sono già sottoposte a pressioni che non aspettano la pubblicazione dei rapporti scientifici. La pesca a strascico in acque profonde e l’interesse crescente per l’estrazione mineraria sottomarina costituiscono le minacce più immediate. La prima distrugge fisicamente le comunità bentoniche; la seconda, ancora in fase esplorativa in diverse aree del pianeta, potrebbe alterare irreversibilmente habitat che non si sono ancora finiti di studiare. Mappare 90 seamounts oggi, quando le vecchie mappe avevano trent’anni, è un passo necessario. Ma se poi non seguono regole di protezione vincolanti e controlli adeguati, quei rilievi diventano poco più che un inventario di ciò che stiamo per perdere.

L’Italia, con il progetto MER, ha dimostrato di poter mettere in campo risorse ingenti per lo studio del mare. Resta però una domanda aperta: chi controllerà che le aree appena mappate non finiscano sotto le reti a strascico prima ancora che un decreto ministeriale le dichiari protette? Al momento, la distanza tra l’acquisizione dei dati e la loro traduzione in atti vincolanti sembra ancora misurarsi in anni, non in mesi. E in assenza di una cabina di regia unica, il rischio è che ogni amministrazione proceda con i propri tempi, lasciando scoperte proprio le zone più sensibili.

La corsa globale al mare profondo: l’Italia è in ritardo?

Spostando lo sguardo oltre il Mediterraneo, la condizione italiana assume contorni ancora più netti. Il progetto MER è tra i più grandi programmi di ripristino marino al mondo realizzati da un singolo paese: un primato che non va sminuito, ma che va letto nel contesto giusto. A livello globale, si stima che esistano circa 100.000 montagne sottomarine, ma solo 32.000 sono state mappate. Due terzi restano completamente sconosciuti, spesso al di fuori di qualsiasi giurisdizione nazionale. In questo scenario, l’Italia ha scelto di investire risorse pubbliche in modo massiccio, collocandosi come benchmark per gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Ma il confronto internazionale si gioca anche sul piano normativo. Mentre nazioni come la Norvegia e il Canada hanno già avviato programmi di monitoraggio continuo e regole stringenti per la pesca di profondità, l’Europa – e l’Italia al suo interno – procede con un mosaico di direttive, regolamenti e piani d’azione che spesso si sovrappongono senza integrarsi. Il PNRR ha dato una spinta formidabile, ma i fondi straordinari, da soli, non bastano a costruire un sistema permanente di tutela: servono risorse ordinarie, personale dedicato, capacità di controllare ciò che accade realmente sott’acqua. Il progetto MER ha prodotto dati preziosi, ma la domanda che le imprese di pesca e le comunità costiere iniziano a porsi è cosa accadrà quando, esauriti i fondi del PNRR, quelle stesse montagne sottomarine dovranno essere gestite con i bilanci ordinari di un ente pubblico.

Quello che manca, insomma, non è più solo la conoscenza: è un patto chiaro su come usarla. Le mappe oggi ci sono, o stanno arrivando. Ma se restano confinate nei database dell’ISPRA e non si trasformano in vincoli reali – zone a protezione integrale, limiti alla pesca a strascico, divieti di esplorazione mineraria – il risultato sarà che tra vent’anni potremo dire di sapere esattamente cosa abbiamo perso. Il punto, per i cittadini e per le imprese, non è soltanto ambientale: è anche economico. Un mare impoverito significa meno pescato, meno attrattiva turistica, meno resilienza delle coste. La scommessa del MER, con i suoi 400 milioni di euro, è che la conoscenza apra la strada alla protezione. Ma la protezione, finora, è rimasta un passo indietro.