Lanciata a novembre 2024, la strategia alimentare nazionale fatica a tradursi in azioni concrete sul territorio.
Vi siete mai chiesti se dietro un’etichetta di cibo sostenibile ci sia una strategia vera o solo buone intenzioni? In Kenya la strategia esiste dal novembre 2024, ma a fine luglio gli operatori del settore sono tornati a chiedere che venga finalmente attuata. Le risoluzioni sono arrivate durante il 3° Simposio Nazionale di Agroecologia Kenya, tenutosi alla Kenya School of Monetary Studies di Nairobi e organizzato da PELUM Kenya insieme al Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo del Bestiame.
Il quadro non manca. Il 28 novembre 2024 il Ministero ha lanciato ufficialmente la Strategia Nazionale di Agroecologia per la Trasformazione dei Sistemi Alimentari, con l’obiettivo di integrare i principi agroecologici nelle politiche e nei quadri agricoli nazionali. L’impostazione non trascura l’inclusione: donne, giovani e persone con disabilità vengono indicati come gruppi da coinvolgere attivamente nella trasformazione. La strategia, valida per il periodo 2024-2033, punta a sostenibilità, resilienza e inclusività dei sistemi alimentari, attraverso sicurezza alimentare e nutrizionale, mezzi di sussistenza resilienti al clima ed equità sociale.
Una strategia che aspetta ancora la prova dei campi
Basta guardare agli atti dell’ultimo simposio per capire che il problema non è più annunciare, ma eseguire. Almeno cinque contee hanno già sviluppato e adottato politiche di agroecologia a livello locale, secondo Rosinah Mbenya, coordinatrice nazionale di PELUM Kenya. Il dato, incoraggiante sulla carta, racconta però di un Paese che procede a velocità diverse: alcuni territori hanno trasformato la strategia in norme proprie, altri restano indietro. La domanda condivisa dai partecipanti è perché una strategia pensata per trasformare i sistemi alimentari fatica a uscire dai documenti.
La risposta sta nei dati raccolti sul territorio e nel confronto con i paesi vicini.
I numeri che spiegano la distanza, dentro e fuori i confini
Uno studio del Biovision Africa Trust su 16 contee keniane ha rilevato che l’implementazione a livello decentrato è frammentata. In pratica, la strategia nazionale esiste ed è stata operazionalizzata, ma quando si scende nelle contee la sua applicazione prosegue in ordine sparso: per un agricoltore può tradursi in un accesso al sostegno che cambia da contea a contea. È il punto sollevato anche dalla stessa Mbenya, che ha parlato della necessità di passare dalle politiche all’azione, fino alla disponibilità di budget.
Il Kenya, del resto, non è un caso isolato. A marzo 2026 erano dodici i Paesi ad aver adottato strategie o leggi nazionali sull’agroecologia: oltre al Kenya, Tanzania, Etiopia, Benin e Burkina Faso, insieme a Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Tunisia e Uruguay. Nello stesso periodo, Uganda, Malawi, Zambia e Zimbabwe stavano ancora sviluppando le proprie strategie. Il problema keniano non è quindi il ritardo normativo: è il passaggio successivo, quello che trasforma una strategia approvata in stanziamenti, personale e pratiche agricole concrete. La differenza, in questi casi, non sta nella carta ma nella capacità di spesa locale. Se il quadro è questo, cosa si può concretamente fare per passare dalle risoluzioni ai bilanci?
Il motore da avviare: budget, contee e un piano in dieci punti
La risposta emersa dal simposio è un piano d’azione in dieci punti, presentato da Rosinah Mbenya. Tra le richieste al governo: rafforzare il coordinamento della strategia nazionale, riformare la regolamentazione degli input agricoli biologici, integrare la produzione zootecnica nei sistemi agroecologici e aumentare i finanziamenti pubblici per l’attuazione. La logica è semplice: senza fondi dedicati — nei bilanci del ministero come in quelli delle contee — la strategia resta un esercizio di pianificazione.
Per chi guarda al Kenya come caso di studio o fa impresa agricola in contesti simili, il segnale da osservare è uno solo: se nei prossimi bilanci di contee e ministero compariranno voci operative per l’agroecologia. Senza fondi dedicati, anche la migliore strategia resta solo buone intenzioni.




