FAO: 20 milioni in 10 anni per formare gli agricoltori e proteggere il carbonio organico del suolo.
Chi ha mai piantato un albero da frutto sa che la fretta è una cattiva consigliera: la mela Aport di Almaty, per dire, dà i primi frutti dopo otto-nove anni, contro i quattro-sei dei meleti convenzionali. Lo scorso 22 luglio Raimund Jehle, vice rappresentante regionale della FAO, e Yermek Kenzhekhanuly, Vice-Ministro dell’Agricoltura del Kazakistan, hanno scambiato i documenti firmati per il lancio di tre nuovi progetti. Da lontano sembra solo burocrazia; in realtà è la scommessa di un paese che ha deciso di partire dal suo punto più fragile, il suolo, accettandone i tempi lunghi.
La mela che cresce piano
La Aport non è un melo qualsiasi: prospera solo a un’altitudine compresa tra 850 e 1.250 metri sul livello del mare. Chi la pianta oggi sa che aspetterà quasi un decennio prima del primo raccolto. È un’ottima metafora della transizione agricola kazaka, che non si misura in stagioni ma in cicli di suolo. Ma la lentezza della Aport è solo la superficie: sotto c’è un terreno che sta perdendo la sua memoria.
I numeri di un suolo fragile
Dalla mela che impiega nove anni passiamo al terreno che la nutre. Il Kazakistan gestisce più di 219 milioni di ettari di terreno agricolo. Sui pascoli e nelle aree pluviali, le perdite di carbonio organico del suolo sono stimate tra il 20 e il 40 per cento negli ultimi decenni. Non è un dettaglio da agronomi: una perdita di quella portata significa che pascoli e aree pluviali sono più poveri di quanto fossero decenni fa, e più esposti a siccità ed erosione.
Accanto al carbonio c’è il problema delle locuste. L’area colpita è passata da 514.000 ettari nel 2020 a 1,6 milioni di ettari nel 2023, e per il 2024 il governo kazako prevedeva altri 2,5 milioni di ettari. I tre progetti FAO lanciati a fine luglio si innestano su una collaborazione che esiste già dal 2018, quando fu ratificato l’accordo FAO-Kazakistan, e che vede il Ministero dell’Agricoltura finanziare le iniziative FAO con almeno 2 milioni di dollari l’anno per un periodo di dieci anni.
Uno dei tre progetti riguarda proprio il carbonio organico del suolo: formerà almeno 80 specialisti nazionali e 500 agricoltori, incluse donne e giovani. Il segnale è chiaro: la risposta non è solo tecnica, passa per chi il suolo lo lavora ogni giorno. Se il suolo è così fragile, però, resta da capire quanto pesi davvero nei meccanismi di finanziamento e di scambio delle emissioni.
Quote di emissioni e zolle di terra
La domanda porta al tavolo dove si contano le emissioni. Il Kazakistan è stato il primo paese dell’Asia centrale a istituire un sistema di scambio di quote di emissioni: il KAZ ETS, partito nel gennaio 2013. Nel 2024 copriva circa la metà delle emissioni di CO2 del Kazakhstan, legate a 229 installazioni nei settori dell’energia, del riscaldamento centralizzato, delle industrie estrattive e manifatturiere. In pratica il prezzo del carbonio guarda soprattutto alle ciminiere, non ai pascoli. La Banca Mondiale ha affiancato questa partita con un progetto da 4,8 milioni di dollari per rafforzare l’ETS nazionale.
Nel frattempo, sul fronte agricolo, arrivano segnali interessanti dai vicini. Nel 2024 l’Uzbekistan ha trattato oltre 1.600 ettari con biopesticidi, includendo per la prima volta l’area ecologicamente sensibile del Lago d’Aral, con un’efficacia sul campo tra l’89 e il 98 per cento. È la direzione che interessa anche al Kazakistan per gestire le locuste senza pesare ulteriormente su un suolo già provato.
Resta da vedere se i prossimi report mostreranno il suolo dentro o fuori dai conti del carbonio. Per chi osserva da fuori, i primi indicatori concreti saranno due: i risultati del progetto sul carbonio organico — con 80 specialisti e 500 agricoltori formati — e l’estensione dei biopesticidi. Saranno quelli, più dei comunicati, a dire se la transizione kazaka parte davvero dalle zolle.




