Oltre un terzo degli impianti ha un’usura tra il 70 e il 90 per cento

Lo scorso febbraio, il Ministero dell’Energia kazako ha messo nero su bianco una promessa che ha il sapore della svolta: entro la fine del primo trimestre del 2027 il paese soddisferà completamente la domanda interna di elettricità. Nel 2029, assicura lo stesso documento, il Kazakistan raggiungerà un surplus stabile. I numeri snocciolati dal ministro Erlan Akkenzhenov sono di quelli che fanno impressione: solo nel 2026 sono previsti oltre 2,6 GW di nuova capacità da installare, mentre il piano di sviluppo fino al 2035 — anno in cui si chiuderà il percorso — prevede la messa in esercizio di più di 26 GW complessivi. Alla fine del 2025, per dare un’idea della base di partenza, la capacità installata totale aveva già raggiunto i 26,7 GW. Sulla carta, il Kazakistan sembra avviato su una traiettoria che non ammette incertezze.

Ma dietro i numeri, c’è un sistema che scricchiola.

Lo scheletro nel reattore

Basta scorrere qualche indicatore meno pubblicizzato per accorgersi che la narrazione ufficiale poggia su fondamenta tutt’altro che solide. Già a gennaio 2025, un’analisi pubblicata sull’Astana Times segnalava che oltre un terzo delle centrali elettriche kazake presenta un’usura compresa tra il 70 e il 90 per cento. Non si tratta di inefficienze marginali: stiamo parlando di impianti che in molti casi risalgono all’epoca sovietica e che continuano a funzionare ben oltre la loro vita utile prevista, con interventi di manutenzione che rincorrono le emergenze anziché prevenirle.

La fragilità della rete non è un’ipotesi da laboratorio. Nel gennaio 2022 un blackout regionale lasciò al buio per ore milioni di persone in Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakistan, dopo che una linea elettrica condivisa si era disconnessa. L’episodio — che la BBC descrisse come un’illustrazione della fragilità sistemica della rete centroasiatica ereditata dall’URSS — non ha portato a ripensamenti strutturali, ma semmai ha accelerato la corsa a dichiarare obiettivi sempre più ambiziosi. Obiettivi che, per essere raggiunti, richiederebbero una velocità di esecuzione che il Kazakistan non ha mai dimostrato di possedere.

Il tassello più ingombrante del puzzle è il nucleare. Nell’ottobre del 2024, il referendum sulla costruzione di una centrale atomica ha registrato un sostegno del 71,12 per cento, secondo i dati della Commissione referendaria centrale, con un’affluenza del 63,66 per cento. Un mandato popolare chiaro, che però si scontra con i tempi biblici della progettazione e realizzazione di un impianto nucleare: anche ipotizzando un’approvazione accelerata, i primi elettroni da fissione non arriveranno prima del prossimo decennio. Nel frattempo, la domanda interna continua a crescere e le vecchie centrali a carbone — quelle con l’usura al 90 per cento — devono restare accese.

Alla fine di gennaio 2025, il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha presieduto ad Astana una riunione governativa allargata dedicata allo sviluppo socioeconomico del paese. In quell’occasione si è parlato anche di rivedere i contratti energetici, ma il solco tra gli annunci presidenziali e la capacità amministrativa di trasformarli in progetti cantierabili resta profondo. Il piano al 2035 è lì, scritto e approvato. Quello che manca è la certezza che i 26 GW promessi non restino in gran parte sulla carta, vittime di ritardi burocratici, carenza di investitori e — dettaglio non secondario — di una rete di trasmissione che nessuno sta potenziando con la stessa urgenza.

E mentre Astana pianifica, i vicini corrono.

L’ombra di Tashkent

Tashkent non sta semplicemente aggiungendo capacità: sta costruendo un sistema che integra fonti intermittenti con accumulo e backup termico, riducendo la dipendenza da infrastrutture condivise e invecchiate come quelle che nel 2022 hanno innescato il blackout regionale. Il Kazakistan, con i suoi 26,7 GW già installati, parte da una base più ampia, ma il ritmo di crescita uzbeko — 6,7 GW in un anno contro i 2,6 GW kazaki previsti per il 2026 — suggerisce che la leadership regionale in campo energetico potrebbe cambiare bandiera più in fretta di quanto Astana sia disposta ad ammettere.

La vera domanda non è se il Kazakistan raggiungerà i target che ha annunciato. È se ci arriverà prima che la rete — quella ereditata, quella rattoppata, quella che perde colpi a ogni picco di domanda — decida di cedere di nuovo. Perché quando un terzo delle centrali ha settant’anni di servizio sulle spalle e un’usura vicina al collasso, ogni promessa di autosufficienza futura va pesata contro il rischio concreto di restare al buio oggi.