L’aumento vale circa 16,8 miliardi l’anno da sottrarre ad altri capitoli di spesa pubblica

Un incremento di 0,71 punti percentuali in dodici mesi. È il balzo con cui l’Italia si presenta al vertice NATO che si tiene in questi giorni: la spesa per difesa e sicurezza è passata dal 2% al 2,8% del PIL, un’accelerazione che non ha eguali tra i grandi paesi europei. Un delta che, tradotto in cifre assolute, vale diverse decine di miliardi di euro sottratti ad altre voci del bilancio pubblico. La motivazione ufficiale è la deterrenza verso est, il contenimento di una minaccia russa che il conflitto in Ucraina avrebbe reso concreta e imminente. Ma i numeri raccontano una storia diversa, e conviene guardarli da vicino.

Un aumento senza precedenti

La progressione italiana colpisce per la sua rapidità. Fino all’anno scorso Roma si attestava sulla soglia minima del 2% richiesta dall’Alleanza Atlantica, un obiettivo già raggiunto con fatica e con un dibattito politico acceso. Ora, come confermato lo scorso 11 giugno, il governo si presenta al summit di Bruxelles con un impegno che sfiora il 2,8% del prodotto interno lordo. L’aumento netto, misurato con precisione, è di 0,71 punti percentuali: una correzione al rialzo che, su un’economia da circa 2.000 miliardi di euro, si traduce in uno sforzo finanziario aggiuntivo di oltre 14 miliardi su base annua.

Eppure, a livello aggregato, il quadro strategico appare già fortemente squilibrato a favore dell’Occidente. I dati diffusi nei giorni scorsi da Greenpeace Germania mostrano che i Paesi europei della NATO, insieme al Canada, hanno una spesa militare complessiva di 626,5 miliardi di dollari, contro i 190,4 miliardi della Russia. Il rapporto è superiore a tre a uno. Non si tratta di una fotografia isolata: se si allarga l’orizzonte temporale, secondo la stessa analisi di Greenpeace Germania l’Europa ha speso circa 3.785 miliardi di dollari in armamenti negli ultimi dieci anni, una cifra che da sola basterebbe a finanziare per decenni qualunque programma di riconversione energetica o rafforzamento del welfare. La tensione è evidente: mentre Bruxelles e Washington continuano a invocare la necessità di colmare presunti gap di capacità, i flussi di cassa dicono che il divario è già nettissimo, e a favore dell’Alleanza.

La superiorità che imbarazza

Se il rapporto di spesa è di tre a uno, gli inventari militari rendono la parola “deterrenza” quasi un eufemismo. Lo studio “Europa allein zu Haus?” pubblicato a maggio 2026 da Greenpeace Germany, e i cui dati sono consultabili nel confronto di forze pubblicato dall’organizzazione, mette in fila cifre che smontano qualunque retorica dell’emergenza. I jet da combattimento in dotazione agli stati europei della NATO e al Canada sono 2.215; la Russia ne ha 1.064, meno della metà. Sul fronte navale il rapporto è ancora più sbilanciato: 143 navi da guerra contro 34. Significa che per ogni unità della flotta russa, l’Alleanza può schierarne più di quattro. Anche laddove Mosca ha storicamente investito in modo massiccio, come nel dominio terrestre, il vantaggio aggregato resta marcato.

È qui che la tesi della rincorsa necessaria mostra la corda. Non stiamo parlando di un equilibrio precario da preservare con uno sforzo supplementare, ma di una superiorità convenzionale consolidata, costruita in decenni di budget militari che hanno viaggiato su multipli rispetto a quelli russi. La spesa per il 2025, sempre secondo i dati di Greenpeace Germany, ha visto gli europei NATO e il Canada investire circa 626 miliardi di dollari, contro i circa 190 miliardi russi. Un differenziale di 436 miliardi in un singolo esercizio. Eppure, nonostante questi numeri, l’Italia ha scelto di accelerare: una decisione che appare più politica che strategica, quasi un segnale di allineamento atlantico che prescinde dalla realtà dei bilanci militari comparati. Cosa significhi questo per i conti pubblici italiani è la domanda che resta aperta.

Il conto per l’Italia

Mentre i carri armati russi sono meno della metà di quelli europei e la flotta del Cremlino è un quarto di quella alleata, il governo si prepara a blindare il 2,8% del PIL al vertice NATO di luglio. L’impegno, come noto, sarà formalizzato proprio in queste ore. La cifra non è simbolica: su un’economia che nel 2025 ha prodotto circa 2.100 miliardi di PIL nominale, lo 0,8% aggiuntivo rispetto alla soglia minima del 2% vale circa 16,8 miliardi l’anno. Risorse che, in assenza di nuove entrate, dovranno essere drenate da altri capitoli di spesa.

La domanda che il dibattito pubblico fatica ad afferrare non è se la difesa meriti finanziamenti, ma quale sia il costo opportunità di un’accelerazione così brusca quando il vantaggio strategico è già schiacciante. Scuola, sanità, transizione energetica, infrastrutture: sono tutte voci che competono con il nuovo perimetro del bilancio della difesa. Quando la deterrenza diventa ridondanza, a pagare è sempre il bilancio pubblico. E a perderci, sono le altre emergenze.