L’abbandono delle terre agricole marginali spinge la rinaturalizzazione, mentre disuguaglianze e disagio sociale segnano l’estate
Lo scorso 7 giugno l’Ansa ha diffuso un dato che ridisegna la geografia del Paese: per la prima volta dal Medioevo, in Italia le foreste superano i campi coltivati, coprendo oltre un terzo del territorio nazionale. Ne ha parlato il 10 luglio la rassegna stampa de La Nuova Ecologia, sottolineando la portata silenziosa del fenomeno. Secondo il PEFC Italia, l’ente di certificazione forestale che ha fornito i dati all’Ansa, la superficie a bosco ha ormai superato i 100mila chilometri quadrati, più di un terzo dei circa 301mila km² dell’intera superficie italiana. Già dal 2020, come ha ricordato lo stesso ente, il sorpasso sulla Superficie Agricola Utilizzata era cosa fatta; da allora il divario si è allargato, rendendo l’Italia – a tutti gli effetti – una nazione forestale.
Un terzo d’Italia è bosco
Non è una forestazione orchestrata. Dietro l’avanzata degli alberi c’è il progressivo abbandono delle terre agricole marginali, in quota e nelle aree interne. I boschi si riprendono ciò che l’uomo ha smesso di coltivare. Il dato segnala un’inversione storica: dopo secoli di disboscamento per far spazio a pascoli e seminativi, la natura torna a occupare il suolo. I numeri dicono che oggi circa 10 milioni di ettari sono coperti da foreste, contro una SAU ridottasi sotto quella soglia. Tuttavia, mentre gli alberi scrivono questo silenzioso racconto di rinaturalizzazione, altre geografie si riempiono di rifiuti e di corpi sofferenti. Il verde non è uguale per tutti.
L’altra faccia della transizione: moda usa e getta e feudalesimo termico
Il 9 luglio il Parlamento francese ha approvato una legge contro l’ultra fast fashion: una tassa progressiva su ogni capo prodotto, con i proventi destinati al riciclo dei rifiuti tessili. È un tentativo di frenare un settore che, secondo Le Monde, ha un’impronta ambientale enorme. Ma a poche migliaia di chilometri, nel nord del Cile, nella Regione di Tarapacá, ogni anno circa 40mila tonnellate di vestiti vengono abbandonate illegalmente, trasformando l’area in una discarica tessile a cielo aperto – come l’ha definita Vita – che mostra quanto sia ancora lunga la strada verso una reale circolarità.
L’estate 2026 ha messo in evidenza un altro paradosso climatico. Il 26 giugno, a Bruxelles, il sistema di raffreddamento del palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, è stato spento forzatamente dal primo al settimo piano a causa delle temperature estreme. I piani alti, dove siedono i commissari, hanno mantenuto l’aria condizionata. Un funzionario, come riportato da Politico, ha parlato di una situazione «da feudalesimo». L’accesso alla climatizzazione, in quella che dovrebbe essere la casa delle politiche europee per il clima, si è rivelato un privilegio distribuito su basi gerarchiche.
37 gradi in cella: il numero da guardare
Già nell’estate 2025, il rapporto di metà anno di Antigone denunciava celle che raggiungevano i 37 gradi, con ventilatori acquistabili solo a pagamento e in numero limitato. Il sovraffollamento ufficiale era al 134,3 per cento: 34 detenuti in più ogni cento posti regolamentari. Il rapporto di maggio 2026, rilanciato dal TgRai, ha rilevato un indice di sovraffollamento reale al 139,1 per cento, calcolato sulla capienza effettiva degli istituti. Con l’estate in pieno svolgimento e le ondate di calore che ormai accompagnano ogni stagione, la temperatura delle celle e la densità dei detenuti si confermano il termometro di una tensione sociale che il clima estremo può aggravare. Quando il caldo diventa uno strumento di esclusione, la condizione delle carceri anticipa il futuro di tutti. Tenete d’occhio quel termometro.




