La svolta del governo colombiano dopo il piano di abbattimento: la colonia di ippopotami, nata dai quattro esemplari dello zoo

Vi siete mai chiesti cosa fareste se, aprendo la porta di casa, vi trovaste davanti un ippopotamo di due tonnellate? In Colombia non è fantascienza, ma una realtà quotidiana per chi vive lungo il fiume Magdalena. E a luglio il governo ha deciso che quegli animali non si toccano: il futuro ministro dell’Ambiente Fabio Arjona ha escluso il ricorso all’abbattimento degli ippopotami introdotti da Pablo Escobar. Da circa un mese a questa parte, la domanda non è più teorica: come si convive con un gigante che fino a ieri era nel mirino dello Stato?

Il dietrofront del ministro: niente eutanasia per gli ippopotami

Lo scorso aprile, il governo di Gustavo Petro aveva autorizzato l’eutanasia controllata di ottanta ippopotami all’anno, proprio per scongiurare la prospettiva che la popolazione raggiungesse quota mille entro il 2035. Oggi quegli esemplari sono stimati tra 280 e 300, e il programma approvato nel 2026 prevedeva abbattimenti annuali programmati per evitare la crescita esplosiva. Con l’arrivo del nuovo esecutivo guidato da Abelardo de la Espriella, la rotta è cambiata: Arjona ha chiuso ogni porta all’opzione letale. «Lo que te puedo garantizar y anunciar desde ya es que no habrá control letal», ha detto il ministro designato. Una vittoria per gli animalisti, ma una scelta che lascia sul tavolo un problema concreto: come fermare un’invasione senza sparare un colpo?

Ma perché tutta questa attenzione per degli ippopotami? La loro storia è più lunga di quanto si pensi, e comincia ben prima delle aule di tribunale che già in passato hanno vietato abbattimenti.

Da 4 a 300: l’eredità di Pablo Escobar

La vicenda inizia negli anni Ottanta, quando il narcotrafficante portò quattro esemplari nel suo zoo privato. Alla sua morte, gli animali vennero abbandonati e trovarono nel bacino del Magdalena un habitat ideale, senza predatori e con cibo abbondante. Oggi, secondo il Ministero dell’Ambiente, circa 200 ippopotami si spostano liberi lungo il fiume, e il conto totale potrebbe sfiorare i trecento. Già a novembre 2023, con l’allora ministra dell’Ambiente Susana Muhamad, la Colombia aveva annunciato un piano su tre fronti: sterilizzazione, trasferimento all’estero e, come extrema ratio, eutanasia per alcuni esemplari. Un tentativo di mettere ordine, ma che arrivava dopo anni di battaglie legali: dopo l’uccisione di un ippopotamo maschio soprannominato Pepe, gli attivisti fecero causa e un tribunale vietò l’abbattimento come strumento di controllo.

Nonostante i piani, la popolazione continua a crescere e i danni all’ambiente sono misurabili. Un solo animale produce ogni giorno fino a 13 libbre di rifiuti (quasi sei chili), alterando i livelli di nutrienti del fiume e modificando gli equilibri naturali del Magdalena. Senza interventi, il Ministero dell’Ambiente stima che si potrebbe arrivare a circa 1.000 esemplari entro il 2035. E non è solo una questione di numeri: chi vive lungo le rive sa che la convivenza forzata con un animale del genere non è uno scherzo, anche se per ora i riflettori sono puntati più sugli animali che sulle persone.

Un futuro senza pallottole (ma con molti interrogativi)

Il nuovo ministro punta su sterilizzazione e trasferimenti, ma i precedenti non sono incoraggianti. Già a fine 2023 la Colombia aveva lanciato una campagna per sterilizzare una ventina di ippopotami, con l’obiettivo di limitare la riproduzione. I risultati? Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, «non hanno prodotto risultati tangibili». Nel 2022 e 2023, analoghi tentativi di trasferire o sterilizzare la mandria si sono scontrati con costi elevati, complessità logistiche e un’efficacia molto ridotta: catturare un ippopotamo adulto, anestetizzarlo e sottoporlo a un intervento chirurgico in un ambiente non controllato è un’operazione che richiede risorse ingenti, e neppure l’esportazione verso zoo o santuari in altri Paesi ha mai raggiunto numeri sufficienti.

Il piano ufficiale del Ministero dell’Ambiente, aggiornato di recente, continua a elencare tre azioni chiave: traslocazione, sterilizzazione chirurgica e confinamento, con l’eutanasia solo come ultima risorsa e «sotto alti standard di benessere animale». Con la promessa di Arjona, però, anche quell’ultima risorsa è di fatto congelata. Restano quindi solo le opzioni non letali: più lente, più care e finora poco efficaci. Per i cittadini che vivono nel bacino del Magdalena, questo significa continuare a fare i conti con animali che possono superare le due tonnellate e che occupano spazi sempre più vicini a campi, strade e abitazioni.

Cosa cambia, in pratica? Lo Stato investirà tempo e denaro pubblico in un programma di sterilizzazione su larga scala, senza la garanzia di riuscire a contenere la crescita. I numeri del ministero parlano chiaro: senza un controllo efficace, la popolazione crescerà fino a mille esemplari nei prossimi dieci anni. La rinuncia all’abbattimento accontenta le associazioni animaliste, ma lascia irrisolto il nodo centrale: chi paga il conto della convivenza, e fino a che punto il territorio potrà reggere la pressione di questi «narcos-ippopotami».

Resta da vedere se basterà a fermare l’invasione. Per gli abitanti del Magdalena, la convivenza continua, nella speranza che la nuova strategia porti finalmente a un equilibrio.