Stanwell si ritira, fondi spariti: il Cile tratta con Singapore e Rotterdam
La bolletta dell’energia e le emissioni che dobbiamo tagliare passano anche da promesse industriali come l’idrogeno verde. A luglio scorso, una di quelle promesse aveva un nome e dei numeri: quattro aziende giapponesi e due australiane firmavano un memorandum per il Central Queensland Hydrogen Project. Poco più di due mesi dopo, il progetto è già fermo: il socio elettrico locale si è ritirato e i fondi pubblici sono spariti. Chi aveva creduto all’annuncio oggi può chiedersi se doveva aspettarselo. Lo scenario di riferimento, secondo l’analisi pubblicata a luglio da IRENA, è che entro il 2050 un quarto dell’idrogeno prodotto possa essere scambiato a livello globale, circa metà via gasdotto e metà via navi per ammoniaca.
Un impianto da 600 MW per portare l’idrogeno dal Queensland al Giappone
Il Central Queensland Hydrogen Project non era una slide: secondo IRENA, prevedeva di produrre idrogeno usando l’energia del progetto solare Aldoga da 600 MW nel Queensland, liquefarlo al Porto di Gladstone e spedirlo in Giappone. Secondo i dati diffusi da Kawasaki Heavy Industries, il progetto puntava a produrre almeno 100 tonnellate di idrogeno al giorno intorno al 2026 e 800 tonnellate al giorno dal 2031. Per dare un’idea, 100 tonnellate al giorno è una quantità rilevante per un mercato giovane; 800 tonnellate al giorno dal 2031 è la scala che serve per un corridoio commerciale tra continenti.
Il memorandum coinvolgeva Iwatani Corporation, Kawasaki Heavy Industries, Kansai Electric Power e Marubeni dal lato giapponese, e Stanwell Corp e APT Management Services dal lato australiano. In pratica, il progetto doveva collegare elettricità solare del Queensland, liquefazione a Gladstone e spedizione verso il Giappone. Il problema è che un impianto così ambizioso regge solo se i soci ci mettono firma e soldi; e le settimane successive hanno raccontato un’altra storia.
Il cantiere che si svuota: il ritiro di Stanwell e i fondi pubblici
Due mesi dopo l’annuncio, i fatti hanno iniziato a smentire la promessa. A fine luglio, secondo la piattaforma HyResource del CSIRO, Stanwell aveva interrotto la sua partecipazione al Central Queensland Hydrogen Project (CQ-H2) e ad altre attività di sviluppo dell’idrogeno. Non è un dettaglio tecnico: Stanwell è il socio elettrico locale, quello che avrebbe dovuto garantire energia al progetto. Il governo del Queensland aveva ritirato i finanziamenti al progetto CQ-H2. Con il socio elettrico fuori e i fondi pubblici azzerati, gli obiettivi di 100 tonnellate al giorno intorno al 2026 e di 800 tonnellate al giorno dal 2031 diventano poco più che cifre su una presentazione.
A livello globale, però, la scommessa sull’idrogeno non si spegne con un singolo progetto. IRENA stima che un quarto della domanda globale di idrogeno potrebbe essere soddisfatta dal commercio internazionale tramite gasdotti e navi, e vede il commercio di idrogeno come un contributo significativo a un sistema energetico più diversificato e resiliente. Il punto non è se l’idrogeno verde arriverà, ma chi arriverà con costi competitivi, forniture pulite e partner che non si ritirano alla prima difficoltà.
Mentre l’Australia frena, il Cile tratta con Singapore e Rotterdam
La risposta arriva da un altro emisfero: il Cile. Secondo IRENA, il Paese ha il potenziale per diventare uno dei più grandi produttori ed esportatori mondiali di idrogeno verde, e ha già avviato discussioni con Singapore e il Porto di Rotterdam per diventare un grande esportatore. Non è solo una dichiarazione di intenti: il Cile parte da una produzione di elettricità pulita che lo rende candidato naturale a sviluppare una filiera dell’idrogeno basata su fonti rinnovabili. Una revisione tra pari pubblicata su Frontiers in Environmental Science conferma che il Cile è tra i potenziali produttori di idrogeno verde più economici al mondo.
Il contrasto con il caso australiano è utile: in Australia il socio elettrico si è ritirato e il governo ha tolto i fondi; in Cile gli interlocutori come Singapore e Rotterdam sono già al tavolo e la base di elettricità pulita esiste. Per chi valuta contratti o investimenti, il segnale è non puntare tutto su un solo progetto, ma diversificare tra più rotte.
Non bisogna inseguire l’ultima notizia sull’idrogeno. Conviene guardare ai progetti che combinano costi competitivi, elettricità pulita e partner stabili. Il ritiro da CQ-H2 non è la fine dell’idrogeno: è un promemoria che nella transizione contano i contratti, non i titoli. Per chi sta valutando acquisti o forniture, il passo concreto è chiedere garanzie sui prezzi e sulle consegne prima di firmare.




