Navi bloccate dal 28 febbraio 2026, ma il rischio biologico non si ferma

Dieci giorni. È il tempo che basta, su una superficie statica, perché il biofouling — l’accumulo di organismi marini sullo scafo — entri nella fase di crescita rapida: lo documenta la letteratura citata in uno studio pubblicato a luglio su Biological Invasions. Dal 28 febbraio 2026, però, la realtà del Golfo è un’altra. Secondo lo studio, oltre 1.500 grandi navi mercantili sono ferme da quasi sette mesi, tra il Golfo Persico/Arabico e il Golfo di Oman, la “regione del Golfo” definita dagli autori. In condizioni normali, un cargo resta in porto meno di due giorni. Nessuna delle soglie pensate per controllare il rischio biologico regge un’immobilità di sette mesi in acque calde.

Una flotta immobile nel cuore delle rotte dell’energia

Per capire la scala serve un confronto. In tempi normali, lo Stretto di Hormuz è uno dei colli di bottiglia del trasporto marittimo globale: vi transitano in media 130-140 navi al giorno, di cui 60-70 petroliere e metaniere di grandi dimensioni. A regime, nella regione del Golfo operano normalmente ben più di mille unità, incluse 700-800 navi da carico e petroliere di stazza maggiore. Sono cifre della World Bank, riprese dallo studio: danno l’idea di quanto sia denso il traffico che da un giorno all’altro si è semplicemente fermato.

La chiusura del 28 febbraio 2026 ha invertito questa geografia. Le navi non sono transitate: si sono accumulate. Lo studio parla di circa 1.500 unità bloccate nel Golfo Persico/Arabico e di centinaia di altre ancorate nel Golfo di Oman. Nei giorni successivi allo stop, come riportato da The Guardian, l’Organizzazione marittima internazionale arrivava a contare circa 20.000 marittimi e 2.000 navi fermi. Il punto, però, non è soltanto quanto traffico si è fermato. È cosa succede a uno scafo che resta immobile per mesi.

Il paradosso dell’immobilità: più stai fermo, più diffondi specie

Se il traffico si è fermato, il rischio biologico no. Anzi, l’immobilità lo accelera: è qui che si gioca la tesi dello studio. Su una superficie statica, il biofouling può raggiungere la fase di crescita rapida già dopo dieci giorni, come indicato da Davidson et al. (2020): un tempo molto più lungo della residenza tipica di un cargo nella maggior parte dei porti, inferiore ai due giorni. Proprio per questo, già nel 2023, le linee guida dell’Organizzazione marittima internazionale raccomandavano alle navi ferme per più di 18-30 giorni di intervenire subito, prima del viaggio successivo, per gestire il biofouling.

Le navi del Golfo sono ferme da quasi sette mesi: un tempo che supera di un ordine di grandezza anche la finestra più prudente indicata dalle linee guida. Il paradosso è tutto qui. In condizioni normali è il movimento a diffondere le specie non indigene, attaccate agli scafi o trasportate nelle acque di zavorra; in questo caso è l’assenza di movimento, protratta ben oltre ogni riferimento tecnico, a trasformare ogni nave in un vivaio galleggiante. Il rischio non si è fermato con le chiglie:
si è accumulato su di esse.

La prossima ondata: porti d’arrivo e impatti difficili da eradicare

Non è una minaccia destinata a restare confinata alle acque calde del Golfo. Carolyn Tepolt, ricercatrice del WHOI, lo ha spiegato in una nota dell’istituto diffusa a luglio: l’interruzione del trasporto marittimo globale ha molte ripercussioni, ma ne ha prodotta una più silenziosa — condizioni ideali per diffondere specie d’acqua calda verso nuovi porti. Le specie invasive marine, ha aggiunto, hanno impatti ecologici ed economici profondi sulle coste di tutto il mondo e sono estremamente difficili, se non impossibili, da eradicare una volta stabilitesi.

Il problema non è nuovo. Già durante le interruzioni del traffico su larga scala legate alla pandemia di Covid-19, una precedente ricerca avvertiva che fermi prolungati di migliaia di navi, in assenza di politiche e sforzi di gestione, possono elevare i tassi di invasione negli ambienti costieri, e chiedeva azioni di biosicurezza concertate a livello internazionale e nazionale per colmare una lacuna critica. Sulla pagina dedicata al biofouling, l’IMO stessa riconosce che la diffusione delle specie invasive è tra le maggiori minacce al benessere ecologico ed economico del pianeta e uno dei principali fattori di perdita di biodiversità; i dati quantitativi mostrano che le bio-invasioni continuano a un ritmo allarmante e che nuove aree vengono invase di continuo.

Quanti dei circa 1.500 scafi ripartiranno senza un’ispezione o una pulizia dello scafo? È la vera variabile da seguire nei prossimi mesi. La riapertura dello Stretto dirà se il Golfo tornerà a esportare soltanto merci, o anche specie invasive.