La valutazione IUCN lo considera a rischio minimo, ma i dati reali sulle popolazioni asiatiche sono frammentati e preoccupanti

Il gatto che ballava sulla coda

Chi non ha sorriso vedendo quel gatto dal muso schiacciato che mette le zampe sulla propria coda? Quel video, diventato virale nel 2022, ha reso Zelenogorsk una star planetaria: un manul capace di conquistare internet con un gesto tanto goffo quanto tenero, quello di poggiare gli arti posteriori sulla coda per proteggere i cuscinetti dal gelo delle steppe. Un’imperfezione buffa che ha fatto il giro del mondo, trasformando un piccolo felino asiatico in un’icona pop.

Poi, lo scorso febbraio, la notizia della sua morte ha fatto di nuovo il giro del web. Zelenogorsk se n’è andato a 13 anni, un’età più che ragguardevole per un animale che in natura raramente vive più di 5 anni. Nelle steppe dell’Asia centrale, tra predatori e inverni spietati, la sua longevità sarebbe stata impensabile. In cattività, invece, ha lasciato un’eredità di 35 gattini e un’impronta digitale indelebile. Ma dietro l’ondata di affetto virtuale, cosa sappiamo davvero del suo stato in natura?

Least concern, ma per chi?

La risposta più onesta che possiamo darci è: molto meno di quanto pensiamo. Il gatto di Pallas è un paradosso vivente. Già nel 2020, la valutazione IUCN ha declassato il manul da “Near Threatened” (quasi minacciato) a “Least Concern”, ovvero a preoccupazione minima, secondo i criteri di Ross et al. 2019b. Un’etichetta che, a prima vista, rassicura: se il gatto di Pallas è nell’ultima fascia di rischio, significa che sta bene. Peccato che la realtà sia più sfumata, e molto meno tranquillizzante.

Secondo un’indagine di esperti pubblicata da Moqanaki, in paesi come Nepal, India e Pakistan la situazione del gatto di Pallas rimane incerta, con solo avvistamenti sporadici. Le popolazioni, distribuite in 16 paesi dell’Asia centrale, sono frammentate e in declino in diverse aree. Il felino è a rischio a causa del declino delle prede dovuto ai programmi di controllo di pika e roditori, che portano a esaurimento delle prede e avvelenamento secondario. In pratica, le campagne per contenere specie considerate dannose per l’agricoltura finiscono per togliere il cibo ai manul, o peggio li avvelenano indirettamente.

Il problema vero, però, è che non abbiamo dati sufficienti per capire quanto la situazione sia grave. La mancanza di conoscenze sull’ecologia e lo stato di conservazione del gatto di Pallas ostacola gli sforzi di conservazione mirati ed efficaci, come evidenzia il Snow Leopard Trust. I dati sulla conservazione di questo felino spesso derivano come “bycatch”, ovvero come sottoprodotto, dagli studi sul leopardo delle nevi nell’habitat condiviso. In altre parole, non studiamo il gatto di Pallas: lo incrociamo per caso mentre cerchiamo un altro animale, più grande e più carismatico. E questo non basta per prendere decisioni sensate.

Oltre il like

Il gatto di Pallas è il raro piccolo felino che ha attirato l’attenzione pubblica globale grazie alla fama dei meme. Un’attenzione che, finora, non si è tradotta in azioni concrete. Colmare il vuoto di conoscenze è possibile, ma richiede risorse e un cambio di mentalità: non possiamo limitarci a condividere video teneri mentre i programmi di controllo dei roditori erodono la base alimentare di questa specie. Serve sostenere progetti di ricerca mirati, quelli che non arrivano per caso dagli studi sui leopardi delle nevi ma che sono pensati apposta per il manul.

Organizzazioni come la Small Wild Cat Conservation Foundation lavorano proprio in questa direzione, ma hanno bisogno di fondi e di attenzione che vada oltre il clamore momentaneo di un video virale. Anche la citizen science può fare la differenza: in Mongolia, per esempio, chi vive nelle aree di presenza del manul può contribuire a segnalare avvistamenti, aiutando i ricercatori a mappare distribuzione e densità. Non serve essere biologi: basta avere occhi aperti e la volontà di condividere un dato.

Il futuro del gatto di Pallas non dipende da un altro video virale, ma da scelte informate di conservazione. Informarsi e sostenere chi studia questi felini è il primo passo reale. Perché il meme più utile che possiamo diffondere è quello che non si limita a farci sorridere, ma ci spinge a chiedere dati, numeri e interventi veri.