Il Consiglio Ue introduce tre etichette per i fondi, inclusa una per chi investe in fossili
Ma questo fondo è davvero verde?
Hai presente quando apri l’app della banca, guardi il tuo fondo e leggi sigle come “SFDR Articolo 8” o “Articolo 9”? Ti dicono che è sostenibile, che è pensato per la transizione, ma tu non hai la più pallida idea di cosa significhi esattamente. Poi magari leggi qualche notizia e scopri che dentro ci sono aziende che con la sostenibilità c’entrano come il cavolo a merenda. La sensazione di essere preso in giro da sigle e dichiarazioni è più diffusa di quanto pensi, e lo sa bene anche l’Europa. L’attuale regolamento sulla trasparenza (SFDR) è in vigore da marzo 2021, ma la Commissione ha dovuto ammettere che la revisione dell’SFDR ha mostrato informative troppo lunghe e complesse. In pratica, l’SFDR è stato utilizzato in modo distorto, diventando un sistema di etichettatura de facto che ha aumentato la confusione e il rischio di greenwashing.
Per questo motivo, Bruxelles ha deciso di fare ordine. Due giorni fa, il Consiglio dell’Unione Europea ha concordato la sua posizione negoziale su un quadro aggiornato di trasparenza per i prodotti finanziari sostenibili. L’obiettivo è chiaro: regole più semplici per distinguere il grano dal loglio. Ma la ricetta scelta dal Consiglio contiene un paradosso bello grosso: mentre da un lato si vuole combattere chi vende fumo, dall’altro si lascia la porta aperta agli investimenti nei combustibili fossili.
La ricetta del Consiglio: tre etichette e una porta aperta
La proposta, che sostituirà i vecchi e abusati riferimenti normativi, introduce tre nuove categorie di prodotti pensate per essere immediatamente comprensibili: sostenibili, di transizione ed ESG di base. Nella teoria è tutto molto logico: i prodotti sostenibili investono in aziende o progetti che già rispettano standard ambientali e sociali elevati; quelli di transizione finanziano chi è ancora in una fase di passaggio ma ha un percorso credibile per diventarlo; gli ESG di base sono tutto il resto che integra tematiche ambientali, sociali e di governance, ma senza eccellere.
È sulla categoria “transizione” che si sta consumando il vero dibattito politico. Il mandato negoziale appena concordato dal Consiglio chiarisce infatti che possono rientrare in questa categoria anche le aziende attive nel settore dei combustibili fossili. C’è una condizione precisa: che queste aziende destinino almeno il 20% delle loro spese in conto capitale (CapEx) ad attività allineate alla tassonomia verde dell’UE. Inoltre, devono avere un piano chiaro e vincolato nel tempo per ridurre le emissioni di gas serra, accompagnato da requisiti di trasparenza aggiuntivi. Tradotto in parole semplici, un grande produttore di petrolio o gas che oggi investe una parte consistente dei suoi profitti in rinnovabili potrebbe tranquillamente finire nel fondo “transizione” del tuo portafoglio.
Qui sta il cortocircuito: la nuova etichetta nasce per evitare di escludere a priori chi sta investendo miliardi per cambiare pelle, ma si rischia di mettere nello stesso contenitore sia l’azienda che costruisce turbine eoliche, sia quella che sta rendendo solo un po’ meno inquinante l’estrazione di combustibili fossili. È un compromesso politico che inietta una dose di ambiguità proprio nella categoria che dovrebbe guidare i risparmiatori verso la trasformazione dell’economia reale. Le nuove categorie sono obbligatorie per i prodotti destinati al grande pubblico, ma questo non significa che siano una garanzia assoluta di “purezza verde”.
E adesso, tu cosa devi controllare?
Ora che conosci le regole del gioco, vediamo come si traducono nel tuo portafoglio. La prima novità riguarda la differenza di trattamento tra l’investitore retail e quello professionale. La posizione del Consiglio prevede che i nuovi obblighi di categorizzazione siano pensati principalmente per te, il piccolo risparmiatore. Per i fondi di investimento alternativi, quelli offerti esclusivamente agli operatori professionali, il Consiglio ha invece permesso di non applicare queste disposizioni. Questo significa che, se sei un investitore non professionista, vedrai queste etichette comparire sui tuoi prodotti finanziari, e saranno uno strumento in più per orientarti.
Il consiglio pratico, però, è di non fermarti al titolo. Se da domani vedi la parola “transizione” accanto al tuo fondo, non limitarti a pensare “ah, allora va tutto bene”. La stessa normativa parla di “piano credibile” di riduzione delle emissioni e di una soglia del 20% di CapEx in attività verdi. È una percentuale significativa, ma lontana dal 100%. Vuol dire che l’80% degli investimenti di quell’azienda può essere ancora in attività tradizionali e potenzialmente inquinanti. Quando apri la scheda informativa del fondo, controlla le società in cui investe. Verifica se i loro piani di decarbonizzazione sono dettagliati e vincolanti, oppure sono semplici promesse vaghe a lunga scadenza. Un conto è finanziare un’azienda che smantella le centrali a carbone per passare al gas e poi all’idrogeno, un conto è finanziare chi continua a cercare nuovi giacimenti limitandosi a piantare qualche albero a compensazione.
Le etichette aiutano a non perdersi nel mare della finanza, questo è indubbio. Ma la transizione ecologica è un percorso, e come tutti i percorsi va verificato passo dopo passo. La nuova categoria darà una mano a semplificare l’offerta, ma non potrà mai sostituire la regola d’oro del buon investitore: controlla sempre in cosa sta investendo davvero il tuo fondo, oltre la categoria dichiarata.

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