Il Deposito nazionale delle scorie non ha ancora un posto

Il Deposito nazionale delle scorie non ha ancora un posto

La sospensione dei fondi da parte dell’Arera segna l’ennesimo capitolo di una lunga attesa

Il 18 giugno 2026 l’Arera ha sospeso gli acconti a Sogin per le attività relative al Deposito nazionale e al Parco tecnologico. I documenti aggiornati di programmazione, richiesti dall’Autorità, non sono mai arrivati. È l’ultimo capitolo di una storia che parte da lontanissimo: il Deposito nazionale è previsto dal decreto legislativo 31 del 2010, ma a marzo 2024 — scaduto il termine per le candidature — nessun ente territoriale e nessuna struttura militare si era fatto avanti per ospitarlo. Oggi, nel 2026, il sito non esiste, e ora sono stati congelati anche i fondi. Com’è possibile che un’opera imposta per legge sedici anni fa non abbia ancora trovato un luogo dove sorgere?

Il cronoprogramma e la realtà

La trafila burocratica del Deposito nazionale è istruttiva. A gennaio 2021 — ormai più di cinque anni fa — Sogin pubblicò la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, la Cnapi: 67 aree in sette regioni. Da lì, secondo la norma, enti territoriali e strutture militari avrebbero dovuto candidarsi per ospitare l’impianto. La scadenza arrivò il 12 marzo 2024. Il risultato fu zero candidature. Non un comune, non una regione, non un’ex base militare.

Un anno fa, il 25 giugno 2025, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in audizione alla Camera, provò a dare un orizzonte: autorizzazione unica nel 2029, messa in esercizio del Deposito nel 2039. Erano stime Sogin, presentate come cronoprogramma orientativo. Ma già a febbraio 2026 l’Arera segnalava che Sogin prevedeva ulteriori ritardi rispetto a quelle date. Quattro mesi dopo, la sospensione dei fondi. Il cronoprogramma ufficiale arretra ogni volta che qualcuno prova a misurarlo con la realtà. L’obbligo di legge c’è, le carte ci sono, i soldi — almeno in parte — anche. Manca solo il posto.

Undici miliardi e nessun buco

Ed è qui che i numeri diventano scomodi. Lo scorso febbraio, nella stessa comunicazione in cui segnalava i ritardi, l’Arera ha fotografato lo stato dei costi: le previsioni per il solo decommissioning nucleare sono più che raddoppiate rispetto alle stime dei primi anni, fino a toccare circa 11 miliardi di euro. Di questi, circa 5 miliardi sono già stati pagati — prima attraverso le bollette elettriche, poi, dal 2023, con risorse del bilancio dello Stato. Per arrivare all’obiettivo del green field, cioè il ritorno dei siti allo stato finale dopo lo smantellamento, secondo Sogin serviranno almeno altri 6 miliardi.

Undici miliardi per smantellare le vecchie centrali. E nel frattempo le scorie a media e alta attività restano dove sono, in depositi temporanei che tali non dovrebbero più essere. Il Deposito nazionale dovrebbe servire proprio a questo: smaltimento definitivo per i rifiuti a bassa e bassissima attività, e stoccaggio temporaneo per quelli a media e alta attività, in attesa di una soluzione geologica che nessuno ha ancora cominciato a cercare. Ma il Deposito nazionale non sarà ultimato prima del 2041. Ed è, va ricordato, solo un passaggio intermedio: il vero nodo — dove mettere in via definitiva le scorie più pericolose — non è neppure all’orizzonte.

La sospensione degli acconti decisa dall’Arera con la delibera del 18 giugno non è una punizione. È un segnale: senza un sito, senza un cronoprogramma credibile e senza documenti aggiornati, non ha senso continuare a versare denaro. Ma il paradosso è che fermare i fondi non avvicina la soluzione: la allontana soltanto. I costi continueranno a crescere, le scorie resteranno dove sono, e il conto finale — già raddoppiato — rischia di lievitare ancora.

L’attesa infinita

Il guaio vero è che l’Italia non ha ancora risolto il problema più concreto lasciato dalla vecchia stagione nucleare: dove mettere le scorie radioattive. Un problema che esiste a prescindere dal dibattito sul nuovo nucleare e che si riproporrebbe, identico, in qualsiasi ipotetico futuro atomico. Lo smantellamento delle quattro centrali dismesse dopo i referendum del 1987 e del 2011 è già in corso, e costa miliardi. Ma senza un Deposito nazionale, il decommissioning non può chiudersi davvero. Il decreto legislativo 31 del 2010 aveva disegnato un percorso lineare: Sogin individua il sito, lo realizza, lo gestisce. Sedici anni dopo, quel percorso non è mai partito.

E mentre le scadenze slittano e i costi lievitano, la domanda si fa più scomoda: se il Deposito nazionale non si farà mai, chi si prenderà carico dei rifiuti radioattivi? Per ora, la risposta è implicita: i depositi temporanei nei siti delle vecchie centrali, prolungati ben oltre la loro vita utile prevista. Una non-soluzione che scarica il rischio sulle generazioni future,
senza che nessuno abbia mai davvero accettato di farsene carico.

La sospensione dei fondi è solo l’ultimo segnale di un fallimento sistemico. Senza un sito, il Deposito nazionale rischia di restare un miraggio. La domanda non è più quando, ma se.

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