Il workshop dell’AIEA ha riunito 74 esperti per discutere non di tecnologia, ma di relazioni con le comunità

Mentre in Argentina, Cina e Russia quattro reattori modulari avanzano a tappe forzate verso l’accensione, a metà giugno un workshop dell’AIEA a Vienna ha rovesciato la prospettiva: ha riunito 74 esperti da 43 paesi per parlare non di tecnologia, ma di fiducia. Il paradosso è servito — l’industria nucleare costruisce macchine complesse, ma trascura l’ingrediente più semplice: il dialogo con chi quelle macchine se le ritroverà in giardino.

L’illusione ingegneristica

Dal workshop è emerso con chiarezza un punto: il nucleare non è solo neutroni e scambiatori di calore. Mikhail Chudakov, vicedirettore generale e capo del dipartimento per l’energia nucleare dell’AIEA, ha ricordato che costruire una centrale coinvolge molto più dell’ingegneria, della finanza e della posa del cemento — riguarda le persone, il territorio, le paure ereditate da decenni di incidenti e opacità. La sua non è una dichiarazione di principio: se si esclude la dimensione sociale, il progetto rischia di naufragare prima di arrivare alla posa della prima pietra.

Eppure l’industria sembra spesso dimenticarlo. Oggi si contano più di 80 progetti di SMR a livello globale, secondo i dati raccolti dall’AIEA, ma solo quattro sono in fase di costruzione avanzata. Gli altri restano sulla carta, non tanto per i colli di bottiglia tecnologici, quanto per l’indeterminatezza di un processo decisionale che esclude, di fatto, i diretti interessati. Il risultato è un paradosso: macchine sempre più compatte e sicure, ma comunità sempre più diffidenti.

È un cortocircuito che la stessa AIEA aveva provato a intercettare già a fine 2025, quando ha inserito il workshop di giugno nel calendario delle attività. Adesso che l’evento si è chiuso, emergono dati concreti su come si costruisce, o si perde, la fiducia.

Fiducia: l’ingrediente mancante

Uno studio dell’Università Nazionale di Seoul, presentato durante i lavori, ha misurato l’effetto dei messaggi pubblici sull’accettazione dei reattori. La scoperta è istruttiva: cambiare il tono o i contenuti delle campagne informative ha un impatto trascurabile. La vera variabile è la percezione di equità nel processo decisionale — la sensazione che la propria voce conti, e che i rischi e i benefici siano distribuiti in modo trasparente.

In altre parole, non serve una campagna di comunicazione più efficace; serve un processo più giusto. Nelle parole di una delle relatrici del workshop, citata nel resoconto ufficiale, la fiducia «non può essere creata solo attraverso presentazioni tecniche», perché si alimenta con la responsabilità, le conversazioni autentiche e le relazioni con gli stakeholder — elementi che nessuna simulazione al computer può sostituire. Significa che le utility e i governi dovranno dotarsi di competenze nuove: mediatori culturali, esperti di dialogo sociale, non solo ingegneri nucleari.

Si tratta di un cambio di mentalità per un settore abituato a compensare la diffidenza con rassicurazioni da addetti ai lavori: report di sicurezza, analisi probabilistiche, benchmark internazionali. Tutta documentazione essenziale, ma che parla solo a chi già condivide il linguaggio dell’atomo. Per il resto della popolazione, vale la regola semplice: se non mi coinvolgi, non mi fido. Il dato coreano è supportato da esperienze empiriche: in assenza di equità procedurale, nemmeno il progetto più avanzato supera l’opposizione locale. E non serve essere un movimento antinucleare organizzato: bastano comitati di quartiere, assemblee pubbliche, sindaci che ascoltano il malcontento.

Chi resta fuori dalla sala macchine

Se la fiducia è il fondamento di ogni progetto tecnologico, come ha sottolineato il workshop, allora la posta in gioco è chiara: saltare il dialogo con le comunità significa mettere a rischio investimenti per miliardi e allungare i tempi di realizzazione. Le imprese e i governi che puntano sugli SMR dovranno spiegare non solo come funzionano i reattori, ma perché i cittadini dovrebbero accettarli nel proprio territorio.

Non è un esercizio retorico. Diversi paesi rappresentati al workshop stanno valutando i reattori modulari come parte del mix energetico futuro. In questi contesti, la trasparenza fin dalle prime fasi non è un accessorio da ufficio comunicazione: è l’unica polizza contro lo stallo, o peggio, contro un rifiuto che potrebbe arrivare quando i conti sono già stati fatti. Anche in Argentina e Cina, dove i cantieri sono già aperti, il consenso va mantenuto nel tempo. Un imprevisto, una percezione di rischio non gestita, e la macchina si ferma.

Chi ci rimette, allora, non è solo l’industria. Sono le comunità stesse, che restano senza fonte di energia pulita e programmabile, e i paesi che avevano contato sugli SMR per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione. Ma dire tutto questo a consenso perso rischia di suonare come un ricatto, non come un invito a partecipare. Il workshop di Vienna ha posto il problema nella sua nuda semplicità: la tecnologia corre, la fiducia cammina. E se il passo non è lo stesso, a perdere sono tutti.

E se domani, in uno di quei paesi, la comunità ospitante aprisse un dibattito pubblico e dicesse: «No, grazie»?