Nel bilancio 2026-27 l’organizzazione taglia 40 milioni e lascia vuoti i posti previsti ma mai coperti
Era luglio quando Ben Davis, direttore della trasformazione rurale e dell’uguaglianza di genere della FAO, ha saputo che il suo contratto non sarebbe stato rinnovato: la motivazione ufficiale era una presunta violazione delle regole di imparzialità. La vicenda, emersa ad agosto nei resoconti delle agenzie internazionali, aiuta a capire qualcosa di più ampio di un singolo incarico dirigenziale. Dietro quella telefonata ci sono 177 posti vacanti aboliti e 40 milioni di dollari in meno nel bilancio 2026-27 dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
Per chi osserva la lotta alla fame da lontano, questi numeri possono sembrare una questione da addetti ai lavori. In realtà raccontano contratti che saltano, assunzioni bloccate e programmi rimandati — proprio mentre la sicurezza alimentare resta una delle emergenze più visibili a livello globale.
Il budget piatto che cancella 177 posti
Il punto di partenza è contabile. Nel bilancio 2026-27 la FAO riprende una traiettoria nominale piatta: in apparenza non cresce, ma nemmeno taglia. La parte meno visibile è che questa stabilità ha un prezzo preciso, cioè l’abolizione di 177 posti vacanti nei servizi tecnici, gestionali e amministrativi. Una contrazione che vale 40 milioni di dollari.
Va detto con chiarezza cosa significa “traiettoria nominale piatta“: la cifra resta ferma sulla carta, quindi non cresce in linea con i costi. È come un affitto che rimane invariato mentre le bollette aumentano: a parità di importo si compra di meno. Nel caso della FAO, la differenza tra stabilità contabile e potere di spesa reale viene scaricata sui posti vacanti: posti previsti e finanziati sulla carta, ma mai coperti, che vengono cancellati definitivamente. Per chi lavora sul campo o attende un programma di assistenza agricola il risultato è identico a quello di un taglio esplicito.
Un direttore che non verrà rinnovato
Qui entra la storia di Ben Davis. Secondo quanto riferito all’agenzia AFP, Davis — direttore della trasformazione rurale e dell’uguaglianza di genere — è stato informato a luglio che il suo contratto non sarebbe stato rinnovato per una presunta violazione delle regole di imparzialità. È una motivazione che lascia spazio a più letture: da una parte le regole di condotta dell’agenzia, dall’altra la pressione di un bilancio che non concede margini.
La direzione che guidava non era di secondo piano: trasformazione rurale e uguaglianza di genere toccano direttamente chi produce cibo in contesti fragili, dove l’assistenza tecnica e i piccoli finanziamenti fanno la differenza tra un raccolto sufficiente e una stagione persa. Il suo mancato rinnovo, quindi, non è solo una vicenda personale: è il segnale di come le scelte di bilancio si traducano in decisioni su persone e programmi.
Nel frattempo, dalle sedi sul campo della FAO arrivano segnali concreti: tagli di contratti, congelamento delle assunzioni e ritardi nei programmi agricoli e di sicurezza alimentare sono già in corso. La causa indicata è il congelamento degli aiuti statunitensi. Il quadro che emerge è quello di un’organizzazione che arretra su più fronti allo stesso tempo: meno posti in organico, meno contratti attivi, meno assunzioni e programmi che slittano in avanti.
Resta la domanda più scomoda: la violazione delle regole di imparzialità è davvero la ragione del mancato rinnovo di Davis, oppure i tagli stanno diventando una scorciatoia per evitare scelte più trasparenti? Non è una questione di forma. Se il bilancio diventa lo strumento con cui si allontanano persone e si riducono attività, la trasparenza su chi decide e perché entra a far parte del problema, non è una nota a margine.
La fame non aspetta i tagli
Se i contratti vengono tagliati e le assunzioni restano congelate, la domanda è inevitabile: chi porterà avanti i programmi contro la fame? La risposta più onesta, in questo momento, è che chi segue la FAO deve mettere in conto ulteriori ritardi e meno capacità operativa sul campo. Non è un dettaglio tecnico: meno capacità operativa significa sementi distribuite in ritardo, assistenza agricola ridotta e interventi di emergenza più lenti proprio dove servirebbero più rapidi.
Le prossime mosse sono affidate al Comitato Finanze dell’organizzazione e alla capacità dei governi di decidere se la sicurezza alimentare vale ancora 40 milioni di dollari. Dietro i numeri del bilancio FAO ci sono contratti non rinnovati, programmi rimandati e una capacità operativa che si riduce mentre la fame non aspetta. Non è un problema tecnico: è una scelta politica, ed è destinata a toccare le tavole di molti.




