Al supermercato, quando il carrello si riempie meno di quanto vorremmo, ci chiediamo dove finiscano i soldi. C’è un dato che abbiamo il diritto di conoscere: l’insicurezza alimentare acuta è quasi triplicata dal 2016, mentre i finanziamenti umanitari sono tornati ai livelli di otto anni fa. E non è una questione astratta, perché in questo stesso momento la corsa per la guida della FAO è ufficialmente aperta: chi prenderà nei prossimi anni le decisioni sull’agricoltura e sul cibo si sceglie adesso, con il conto già sul tavolo.
La fame non aspetta: i conti che non tornano
Vediamo se i fondi bastano davvero. Secondo il primo appello globale di emergenza della FAO, l’insicurezza alimentare acuta è quasi triplicata a partire dal 2016, mentre i finanziamenti umanitari sono ripiombati ai livelli di quell’anno. In pratica: ci sono molte più persone che non sanno se riusciranno a mettere un pasto in tavola domani, ma il denaro messo a disposizione non è cresciuto con lo stesso ritmo. In un decennio, la domanda di aiuto è esplosa, mentre la cassa è rimasta la stessa.
Per il 2026, l’agenzia delle Nazioni Unite ha chiesto 2,5 miliardi di dollari per assistere più di 100 milioni di persone in 54 paesi. È una cifra concreta: significa soccorsi alimentari, semi, attrezzature agricole e programmi di resilienza in zone dove un raccolto perso spinge famiglie intere oltre la soglia della fame. Il fatto che si parli di un primo appello globale di emergenza e resilienza dice molto sul momento: la FAO non aveva mai presentato una richiesta unica di questa portata. Servire cento milioni di persone distribuite in 54 paesi non è un intervento d’emergenza qualunque, è un’operazione logistica e finanziaria che dipende da donatori disposti a impegnarsi per tempo, non da raccolte fondi dell’ultimo minuto.
Quando i bisogni corrono e i fondi restano fermi, il divario tra richieste e risorse diventa una scelta politica, non un semplice problema di bilanci interni: chi decide come distribuire quel denaro conta almeno quanto il denaro stesso. È qui che la corsa alla leadership smette di essere una faccenda per addetti ai lavori e tocca anche chi, a migliaia di chilometri di distanza, si chiede perché i prezzi al supermercato continuino a salire.
Una poltrona contesa mentre Washington si ritira
L’attuale direttore generale, Qu Dongyu, ha un mandato che scade il 31 luglio 2027. Già nel luglio 2023, quando venne rieletto, la nomina arrivata dalla Cina era stata l’unica candidatura in corsa. Ora il quadro è cambiato: la successione al vertice dell’agenzia alimentare dell’ONU è avviata, e il vincitore entrerà in carica nel 2027. Chi arriverà su quella poltrona si troverà in mano esattamente il divario di cui parlavamo: più bisogni, meno fondi, e un donatore storico che sta facendo un passo indietro.
Non lo dicono i diplomatici a mezza voce, lo dice apertamente chi quella poltrona la vuole occupare. Già ad agosto, Phil Hogan, ex commissario europeo oggi candidato alla guida dell’agenzia alimentare più grande del mondo, era stato esplicito: altri paesi dovranno colmare il vuoto lasciato da Washington. Il nodo, insomma, non è tecnico ma politico: si tratta di decidere chi paga e chi decide come spendere.
Chi pagherà il conto?
La domanda non è retorica. Hogan lo ha messo in chiaro: altri paesi dovranno riempire il buco di finanziamento alla FAO mentre Washington si ritira. Nella pratica, significa che l’Unione europea e altri governi saranno chiamati a contribuire di più, senza la rete di sicurezza americana a cui si erano abituati. Un conto che, in passato, veniva in parte coperto da Washington e che ora torna a chiedere spazio nei bilanci pubblici di altri Stati.
Il prossimo vertice FAO, quindi, non sarà solo una questione di nomi: sarà la cartina di tornasole di chi è disposto a pagare per evitare che la fame continui a correre. E per noi, cittadini e imprese, significa che il dibattito sui fondi alla cooperazione tornerà a bussare alle porte dei bilanci pubblici. Il carrello mezzo vuoto al supermercato, in fondo, è collegato a decisioni prese lontano dal banco della spesa — ma il conto, alla fine, arriva a tutti.




