Il 79% dei moduli fotovoltaici importati arriva dalla Cina, ma la risposta europea passa per una quota d’asta del 30%
Il 79% dei moduli fotovoltaici che l’Unione europea importa arriva dalla Cina; l’1% dal Giappone. Nel complesso, i sistemi fotovoltaici europei dipendono dalle importazioni per oltre l’80%, secondo una comunicazione della Commissione europea. Eppure, già dal maggio 2025, la risposta normativa di Bruxelles chiede agli Stati membri di riservare almeno il 30% del volume annuo messo all’asta per le rinnovabili a criteri che escludano la fonte di approvvigionamento dominante.
Una dipendenza che le aste non vedono
Nei comunicati ufficiali il dato emerge solo in controluce. L’Unione europea importa più di otto moduli fotovoltaici su dieci: secondo una comunicazione della Commissione europea, il 79% proviene dalla Cina e l’1% dal Giappone. La dipendenza riguarda i sistemi fotovoltaici nel loro complesso, non una singola componente o una nicchia di mercato. È una condizione strutturale, che si è consolidata nel tempo e che le aste pubbliche per le rinnovabili, così come sono costruite, non mettono in evidenza. Il dato emerge semmai nelle analisi di settore e nelle linee guida di implementazione, non nei titoli dei comunicati. E la domanda resta aperta: se la dipendenza dalle importazioni è questa, perché la risposta europea prende la forma di una quota d’asta?
La risposta normativa: il paradosso del 30% (o 6 GW)
La risposta è in un articolo poco letto del Net-Zero Industry Act. L’articolo 7, paragrafo 1 stabilisce che ogni Stato membro deve applicare determinati criteri non di prezzo ad almeno il 30% del volume messo all’asta ogni anno per la diffusione di energia da fonti rinnovabili. In alternativa, la soglia può essere espressa in potenza: almeno 6 Gigawatt all’anno per Stato membro. Si tratta di potenza da fonti rinnovabili, non di energia prodotta. La norma non vincola il contenuto delle singole aste, ma la quota complessiva annuale: ogni governo conserva margine su come distribuire i criteri nei diversi bandi. Due soglie minime, che lasciano ai governi un margine di discrezionalità non trascurabile: la scelta tra percentuale e potenza non è neutrale, perché il volume delle aste cambia da Stato a Stato.
Il criterio centrale è quello di resilienza. Secondo le linee guida di implementazione del settore, richiede che quattro componenti chiave — tra cui moduli, celle, inverter e un ulteriore componente — non provengano dalla fonte di approvvigionamento dominante. Nessun riferimento esplicito alla Cina: ma nel fotovoltaico la fonte dominante è la Cina. Il meccanismo è costruito esattamente su questo. In pratica, il prezzo non può più essere l’unico parametro: una parte delle aste deve premiare anche la provenienza dei componenti.
L’obiettivo di fondo, fin dalle origini nel Green Deal Industrial Plan, è portare la capacità produttiva complessiva dell’Unione per le tecnologie net-zero strategiche vicina o pari ad almeno il 40% del fabbisogno annuale di diffusione entro il 2030. Otto moduli su dieci importati, una quota d’asta del 30%, un obiettivo di capacità produttiva del 40%: il divario tra lo stato delle cose e l’ambizione normativa è la vera questione. La capacità produttiva al 40% resta comunque un obiettivo, non un vincolo: il Net-Zero Industry Act ne fissa l’orizzonte, ma non garantisce il risultato. E la soglia del 30% rischia di essere letta come un minimo, non come il motore di una riconversione.
Il mercato da 650 miliardi: troppo poco, troppo tardi?
La posta in gioco si misura in un numero: il mercato globale delle tecnologie pulite raggiungerà probabilmente 650 miliardi di dollari entro il 2030. L’Europa, con una quota d’asta minima del 30% e un obiettivo di capacità produttiva del 40%, rischia di arrivare in ritardo proprio dove la competizione è più intensa. È in questo mercato che si gioca il posizionamento industriale dell’Unione: le quote d’asta non creano capacità produttiva, ma possono orientare la domanda.
Il meccanismo del 30% (o 6 GW) non è automatico: spetta agli Stati membri applicarlo nelle aste annuali. Ed è qui che la norma si gioca la credibilità. Se i governi sceglieranno sistematicamente la soglia alternativa dei 6 Gigawatt, il vincolo effettivo sarà molto più morbido di quanto la percentuale lasci intendere. La quota del 30% riguarda inoltre il volume messo all’asta ogni anno, non l’intero parco installato.
Nei prossimi mesi il numero da monitorare è la quota effettiva di aste che applicano i criteri non di prezzo: se resterà ancorata al 30% o se i 6 Gigawatt diventeranno il riferimento reale, sarà il vero test della sovranità industriale europea.




