L’espansione dell’IA supera la decarbonizzazione della rete, spostando le emissioni a monte
Nel 2025 Google ha aumentato la domanda di elettricità del 37% in un solo anno. Eppure, le sue emissioni operative sono scese del 2%. Sembra la quadratura del cerchio, ma c’è un numero che rompe l’incantesimo: più 25% di emissioni della catena di fornitura. È la cifra che emerge dal rapporto ambientale 2026 pubblicato dal gruppo, e racconta una storia molto diversa dall’efficienza operativa. La domanda non è più se Google stia facendo meglio con meno, ma se stia semplicemente spostando il problema un anello più in là nella filiera.
Il paradosso operativo
I numeri nudi sono questi: 37% in più di elettricità consumata, 2% in meno di emissioni operative. Tradotto: Google è riuscita a far crescere i carichi riducendo l’intensità carbonica delle proprie attività dirette. Un risultato che in qualsiasi altro contesto sarebbe da manuale. Ma la supply chain — tutto ciò che serve per costruire e alimentare l’infrastruttura: server, chip, edifici, cavi, trasformatori — ha emesso il 25% in più rispetto all’anno precedente. L’efficienza operativa c’è, ma è come montare una caldaia a condensazione in una casa a cui stai aggiungendo tre piani. La combustione è più pulita, la casa è molto più grande, e il cantiere brucia gasolio a pieno regime.
Google ha abbinato il 100% del consumo di elettricità con acquisti di energia rinnovabile per il nono anno consecutivo. È un traguardo tecnico non banale: significa che ogni kilowattora consumato dai data center è coperto da un certificato verde o da un contratto di fornitura diretta. Ma il meccanismo dei certificati — i cosiddetti PPA, Power Purchase Agreement — copre il consumo, non la costruzione. E quando l’espansione dell’infrastruttura accelera, sono le emissioni incorporate nei materiali e nei processi industriali a pesare sul bilancio. Il paradosso è tutto qui: più Google diventa brava a gestire la propria rete elettrica, più il grosso dell’impatto si sposta a monte.
L’IA corre più veloce della rete
La chiave per leggere il salto delle emissioni indirette sta in un’ammissione che compare nel rapporto ambientale 2026 di Google: «la nostra infrastruttura per l’intelligenza artificiale si sta espandendo più velocemente di quanto la rete si stia decarbonizzando». In altre parole, Google allaccia nuovi data center a reti regionali che bruciano ancora gas e carbone, e lo fa a una velocità che supera la capacità delle utility di installare rinnovabili. È un problema di sincronizzazione: la domanda pulita esiste sulla carta, ma l’offerta fisica sul territorio non tiene il passo. Così le emissioni si spostano dalla colonna «operativa» a quella «supply chain», ma non scompaiono.
Qui sta l’ironia della situazione. Google ha firmato più di 12 gigawatt di energia pulita nell’ultimo anno — un volume che basterebbe ad alimentare una piccola nazione — e continua a battere ogni record negli acquisti di rinnovabili. Ma il collo di bottiglia non è la volontà di comprare energia verde: è il tempo che serve a costruire parchi eolici, linee di trasmissione e sottostazioni. L’IA generativa ha bisogno di silicio, rame, acqua, cemento, e ognuno di questi materiali porta con sé una catena di emissioni che non si compensa con un certificato. Google può spingere sull’efficienza dei suoi server Tensor, può raffreddare gli armadi a temperature più alte, ma non può decidere da sola quando la rete del Nebraska o del Cile sarà decarbonizzata. Il punto non è se l’azienda stia agendo — sta agendo, e con numeri industriali — ma se possa tenere il passo di un’accelerazione che corre su binari separati.
Acqua e rinnovabili: il conto aperto
Nel frattempo, i progetti di gestione idrica di Google hanno reintegrato circa 7,7 miliardi di galloni d’acqua. È un’infrastruttura di compensazione che cresce, ma va pesata contro l’impronta complessiva di una flotta di data center che consuma acqua per raffreddare server sempre più densi. L’equazione è la stessa delle rinnovabili: gli sforzi ci sono, i contratti sono firmati, ma l’ago della bilancia delle emissioni totali si è spostato nella direzione sbagliata. La domanda aperta è se questi interventi basteranno a invertire la rotta o se rappresentano una rincorsa destinata a restare indietro.
La scommessa di Google sulle rinnovabili è solida, ma l’intelligenza artificiale sta alzando la posta più in fretta di quanto la rete elettrica globale possa decarbonizzarsi. Il prossimo banco di prova non sarà un altro record di gigawatt firmati: sarà la capacità di innovare nella catena di fornitura — dai materiali da costruzione ai processi industriali — perché l’efficienza operativa, da sola, ha smesso di bastare.




