La circolarità globale scende al 6,9%: la finanza la vede come opportunità, ma non la ritiene bancabile.
Solo il 6,9% dei materiali che entrano nell’economia globale sono materie prime secondarie. È un dettaglio tecnico, ma è il dettaglio che fa crollare la retorica: mentre si parla di un’opportunità multimiliardaria per il settore finanziario, il tasso di circolarità è sceso dal 7,2% al 6,9% nel 2025, secondo l’analisi di Deloitte sul divario globale di circolarità. Lo mette in evidenza, a luglio 2026, la nota editoriale di Sustainable Views: l’economia circolare non paga per se stessa.
Il paradosso è tutto qui. L’Ellen MacArthur Foundation descrive l’economia circolare come un’opportunità multimiliardaria in gran parte non sfruttata per la finanza: un mercato globale, in crescita. Eppure la metrica che dovrebbe misurare i progressi non avanza: arretra, dal 7,2% al 6,9% in un anno. Tradotto in termini fisici, significa che più del 93% dei materiali che l’economia mondiale muove ogni anno è ancora materia vergine: estratta, lavorata, destinata a diventare rifiuto al termine del primo ciclo di vita. Serve a poco parlare di opportunità se il misuratore principale va nella direzione opposta.
Non bancabile su scala: il nodo irrisolto
Per capire il disallineamento bisogna guardare alla bancabilità. Se l’opportunità dichiarata fosse così solida, i capitali dovrebbero affluire in modo massiccio verso impianti di riciclo, rigenerazione e riuso. Non sta accadendo. E la ragione strutturale è una sola: persino a livello ONU i promotori concedono che la proposta di valore dell’economia circolare non è ancora bancabile su scala. Non è una concessione da poco, perché arriva dall’interno: sono gli stessi promotori della finanza circolare a riconoscerlo.
Il punto non è teorico, è impiantistico. Un progetto circolare — un impianto di riciclo, una linea di rigenerazione di materiali, una piattaforma di riuso industriale — per essere finanziato ha bisogno di flussi di cassa prevedibili, contratti di fornitura stabili e un prezzo dell’output che copra i costi operativi. La materia prima secondaria, però, compete con la materia prima vergine su un mercato che non ne include le esternalità negative nel prezzo. Finché il costo ambientale dell’estrazione resta fuori dal conto economico, il materiale riciclato rischia di essere più caro o meno affidabile del suo equivalente vergine. E senza un prezzo che tenga, nessun finanziatore sottoscrive il debito di progetto.
Qui entra il termine “su scala”. Non basta un impianto pilota che funzioni: servono decine o centinaia di progetti ripetibili, con contratti standardizzati e una qualità dell’output verificabile, tali da costruire un portafoglio che diluisca il rischio dei singoli progetti. Questa è la distanza tra visione e azione, come ammette la stessa iniziativa dell’UNEP Finance Initiative dedicata al finanziamento dell’economia circolare: la proposta di valore esiste sulla carta, ma non ha ancora la forma di un investimento replicabile su larga scala. Non è un problema di tecnologia, è una questione di disallineamento tra ricavi attesi e rischi reali di progetto.
A che punto siamo davvero
Se la proposta non è bancabile, che cosa devono aspettarsi gli operatori finanziari e impiantistici che oggi installano e gestiscono infrastrutture circolari? Nessuna risposta definitiva, ma un punto di attenzione: il 6,9% non è un incidente di percorso, è un segnale. Finché il valore dichiarato non diventa investibile — con contratti di lungo termine, standard di qualità per le materie prime seconde e meccanismi di prezzo che riconoscano il minor impatto ambientale — la metrica continuerà a scendere. A quel punto il problema non sarà di comunicazione, ma di convenienza economica reale: servono condizioni tecniche e di progetto che trasformino la promessa in flussi di cassa misurabili.




