Divieto dal 2014, soglia a mezza tonnellata dal 2022, ma pochi comuni hanno programmi di diversione

Per ogni tonnellata di rifiuti alimentari che finisce in discarica, oltre un terzo di tonnellata di metano viene rilasciato nell’atmosfera — un gas con una potenza di riscaldamento 80 volte superiore alla CO2, secondo Stanford. È questo dettaglio chimico, non un dibattito politico, ad aver riacceso l’attenzione sul divieto di smaltimento alimentare del Massachusetts. La vicenda è stata raccontata lo scorso agosto in un intervento ospitato dal Boston Globe firmato da un tirocinante della campagna End Food Waste di MASSPIRG, attivo nell’estate 2026.

Perché il cibo in discarica è un problema chimico, non solo etico

Il dato di partenza è inequivocabile: secondo i dati dell’EPA sulle emissioni in discarica, i rifiuti alimentari costituiscono circa il 24% dei rifiuti solidi urbani smaltiti in discarica, ma da quegli scarti proviene il 58% delle emissioni fuggitive di metano dalle discariche di rifiuti solidi urbani. In termini pratici: un quarto del materiale genera più della metà del gas che finisce in atmosfera. Non è un dettaglio da poco, visto che il metano ha una potenza di riscaldamento 80 volte superiore a quella della CO2, come ricorda Stanford.

È su questa base che, già nel 2014, lo stato ha introdotto il Commercial Food Material Disposal Ban, obbligando i grandi produttori — chi genera una tonnellata di rifiuti alimentari a settimana o più — a deviare gli scarti dallo smaltimento. Una risposta ingegneristica a un problema chimico: togliere l’organico dalla discarica significa togliere la materia prima dalla quale il metano si genera in condizioni anaerobiche.

Ma se la chimica è chiara, molto meno chiaro è se la norma stia funzionando davvero sul territorio.

La promessa normativa e il suo punto cieco

Il percorso del divieto è noto: entrato in vigore nel 2014, la soglia è stata abbassata a mezza tonnellata a settimana nel 2022, un passaggio avvenuto — secondo la ricostruzione pubblicata da ReFED — quando infrastrutture e mercati avevano avuto tempo di maturare. Oggi il divieto impone a imprese e istituzioni che generano più di mezza tonnellata di materiale organico a settimana di deviarlo dallo smaltimento.

L’adesione, però, racconta un’altra storia. Secondo l’intervento ospitato dal Boston Globe, meno della metà dei comuni del Massachusetts dispone di programmi di diversione alimentare. La norma esiste sulla carta da dodici anni, la soglia è scesa da una tonnellata a mezza tonnellata, ma l’attuazione sul territorio resta a macchia di leopardo.

Il confronto con gli altri stati non consola. Uno studio dell’Università della California di San Diego presentato la scorsa estate ha concluso che in quattro dei cinque stati analizzati queste leggi non hanno ridotto i rifiuti: l’unica eccezione rilevata dai dati è il Massachusetts. La California, per esempio, ha approvato nel 2016 il SB 1383 (Lara, 2016) per ridurre l’inquinamento da metano e altri inquinanti climatici di breve durata, con obiettivi per il 2025: ridurre del 75% i rifiuti organici inviati in discarica e destinare il 20% del cibo invenduto ancora commestibile alle organizzazioni di recupero alimentare, come risulta da la scheda ufficiale di CalRecycle. La lezione è precisa: se le leggi in quattro stati su cinque non hanno ridotto i rifiuti, il problema non è la norma ma l’infrastruttura che dovrebbe renderla operativa.

Il cantiere del 2030: discariche, filiere e la partita dei residenti

Il punto cieco della norma diventa urgente quando si guarda alla capacità regionale. Secondo il rapporto NEWMOA sulla capacità di smaltimento nel Nord-Est, pubblicato nel febbraio 2025, sono 92 le discariche attive che gestiscono il 68% dei rifiuti solidi della regione. Se non verrà autorizzata capacità aggiuntiva, entro il 2030 dovranno essere ridotti, riciclati o destinati a nuove sedi 7.622.454 tonnellate di rifiuti solidi precedentemente inviati a impianti destinati a chiudere.

È in questo quadro che va letta la mossa annunciata nei mesi scorsi: il MassDEP sta valutando un’espansione del divieto ai residenti entro il 2030, come riferito da un articolo di Waste Dive. La domanda resta aperta: l’estensione ai residenti sarà accompagnata da investimenti in impianti di compostaggio e trattamento dell’organico vicini ai flussi, o resterà un obiettivo senza infrastruttura?

Per chi progetta, installa o gestisce impianti di trattamento dell’organico, il messaggio è questo: la vera partita del 2030 non si gioca sulla soglia del divieto, ma sulla disponibilità di capacità di trattamento distribuita sui territori. Senza quella capacità, ogni tonnellata deviata resta una promessa sulla carta.