Il divario con gli uomini è salito a 12 punti percentuali, mentre solo il 35% delle donne è finanziariamente resiliente

Nel 2024, secondo il Global Findex della Banca Mondiale, il 52% delle donne dell’Africa subsahariana aveva accesso a un conto. Lo segnala un’analisi pubblicata a fine luglio da Carbon Brief, che mette in fila i numeri. Nello stesso anno, però, il divario con gli uomini è salito a 12 punti percentuali, da poco meno di 5 nel 2011. La quota di donne con un conto cresce, ma la distanza dagli uomini cresce più in fretta. È il paradosso da cui parte ogni discorso sull’inclusione finanziaria nella regione.

La corsa dei conti e la frattura di genere

Per capire dove sta il corto circuito conviene guardare non solo ai conti, ma alla resilienza. Secondo l’ultimo Global Findex, in Africa subsahariana solo il 41% degli adulti è finanziariamente resiliente. Tra le donne la quota scende al 35%, contro il 46% degli uomini. Otto punti di differenza. Avere un conto non significa riuscire a reggere uno shock.

Il divario di genere si vede anche nell’accesso, ma con un’eccezione. Le donne hanno la stessa probabilità degli uomini di possedere esclusivamente un conto di mobile money. È il canale che più si avvicina alla parità, e forse proprio per questo è il punto da cui ripartire. Ma se più conti non garantiscono più sicurezza, cosa succede dentro le famiglie quando le donne accedono ai servizi finanziari?

Lo studio che smonta l’equazione “conto = empowerment”

La domanda è al centro di uno studio che analizza 25.511 famiglie con a capo una donna in 37 paesi dell’Africa subsahariana, usando i dati di Afrobarometer. Per misurare la resilienza climatica utilizza la metrica RIMA della FAO, che valuta la capacità di resistere e riprendersi da shock e fattori di stress. Il risultato di partenza è atteso: le famiglie con livelli più elevati di accesso finanziario per le donne mostrano livelli più elevati di empowerment femminile, definito come capacità di fare scelte e avere controllo sugli esiti economici e sociali.

Il secondo risultato è meno confortante. Lo studio distingue tra capacità di far fronte agli shock, capacità adattiva e capacità trasformativa. L’inclusione finanziaria migliora le prime due, ma ha un effetto negativo statisticamente significativo sulla capacità trasformativa. In altre parole, un maggiore accesso ai servizi finanziari da solo può rafforzare i vincoli strutturali esistenti, se si trascurano le riforme complementari. L’equazione “conto = empowerment” non regge. L’accesso può persino consolidare le strutture che avrebbe dovuto scardinare.

Cosa guardare nei prossimi mesi (e non è il 52%)

La risposta non sta nel fermare l’inclusione, ma nel capire cosa la rende trasformativa. La Banca Mondiale ha annunciato l’obiettivo di fornire capitale a 80 milioni di donne e imprese guidate da donne in più. Serve però accompagnare il capitale con interventi che agiscano sui vincoli: il punto, per lo studio, non è quanti conti si aprono, ma quali vincoli strutturali si rimuovono insieme.

Il CGAP ricorda che le donne nei paesi a basso reddito affrontano rischi più elevati, maggiore vulnerabilità e meno strumenti per far fronte agli impatti del cambiamento climatico. Allo stesso tempo, i servizi finanziari possono aiutarle a gestire i rischi climatici e a costruire resilienza. Il punto è che da soli non bastano.

Il prossimo dato da tenere d’occhio non è il 52% dei conti. È la quota di donne finanziariamente resilienti: al momento è ferma al 35%. Finché non si muove, l’inclusione rischia di restare una statistica.