L’inerzia sull’efficienza edilizia aggrava il divario dei prezzi elettrici tra i paesi Ue

L’Europa dell’energia non esiste. È una somma di mercati che, nella stessa settimana, si muovono in direzioni opposte. A luglio 2026, mentre la Commissione europea apriva le procedure di infrazione per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza energetica degli edifici contro tutti e 27 gli Stati membri, la penisola iberica e l’Italia registravano prezzi dell’elettricità separati da un abisso: 48,77 €/MWh in Portogallo, 127,18 €/MWh in Italia. Più del doppio, per un’elettricità che sulla carta dovrebbe circolare in uno spazio comune.

Il paradosso è che qui non ci sono innocenti. La scadenza del 29 maggio 2026 per il recepimento della direttiva EPBD è stata mancata da tutti. Nessuno escluso. Eppure, mentre Bruxelles contesta a 27 capitali la stessa inadempienza, il vento e il sole stanno già ridisegnando la mappa di chi subirà il costo di questa inefficienza e chi invece se ne tirerà fuori.

Il paradosso polacco: sovranità in mare mentre i palazzi restano al palo

Il 10 luglio 2026, il parco eolico Baltic Power ha immesso per la prima volta elettricità nella rete polacca. È il primo impianto offshore del paese a farlo. Il primo ministro Donald Tusk non ha usato giri di parole: «L’eolico ci dà sovranità energetica. Il fatto che in questi tempi incerti abbiamo fonti in molti luoghi, e l’energia del vento è indipendente dalla geopolitica, significa molto». La Polonia punta a 5 GW di offshore entro la fine del decennio e a 18 GW entro il 2040, secondo quanto riportato da WindEurope.

Nel frattempo, a Varsavia come a Roma, Parigi e Berlino, la direttiva che dovrebbe spingere la riqualificazione energetica degli edifici resta lettera morta. La Commissione ha già avviato la procedura di infrazione per 19 paesi, inclusa l’Italia. Il termine per adeguare gli ordinamenti nazionali era fine maggio 2026. Non l’ha fatto nessuno. Questo significa che milioni di edifici residenziali, responsabili di circa il 40% dei consumi energetici europei, continueranno a dipendere da caldaie a gas e infissi colabrodo ben oltre le scadenze previste.

La distanza tra i due fatti è la chiave di tutto.

Da un lato, chi ha investito in generazione rinnovabile si sta scollegando dalla volatilità del gas. Dall’altro, chi non ha riqualificato il proprio patrimonio edilizio si condanna a consumare più gas di quanto vorrebbe, pagandolo a prezzi che il mercato deciderà.

Record solari e prezzi in caduta libera, ma solo per chi può

I numeri del primo semestre 2026 sono impietosi. Germania, Spagna, Francia e Italia hanno toccato record assoluti di produzione solare fotovoltaica. Ma la produzione non si traduce automaticamente in bollette leggere. Spagna e Portogallo hanno registrato diminuzioni dei prezzi dell’elettricità rispettivamente del 28% e del 29%. La Spagna ha chiuso il semestre a 49,83 €/MWh. Il Portogallo, come detto, a 48,77. L’Italia, che pure ha prodotto molto sole, si è fermata a 127,18 €/MWh.

La ragione sta nel mix di generazione. La penisola iberica ha una penetrazione di rinnovabili tale da spostare il prezzo marginale all’ingrosso fuori dalla morsa del gas per molte ore dell’anno. L’Italia no. E finché la domanda elettrica resterà legata a doppio filo agli edifici energivori, ogni metro cubo di gas in più che servirà a scaldare case non isolate o ad alimentare condizionatori inefficienti terrà il prezzo agganciato alla materia prima più costosa.

Uno studio recente sulle priorità per l’eolico offshore nel Mediterraneo, pubblicato da WindEurope, lo dice con chiarezza: le regole chiare, le infrastrutture robuste e la prontezza della rete contano quanto la tecnologia stessa. Non basta installare pale e pannelli. Serve un sistema in grado di accoglierli e di far arrivare quell’elettricità a chi ne ha bisogno. E qui si torna agli edifici: se la domanda rimane rigida e dipendente da fonti fossili, la transizione si inceppa a metà.

Piani ambiziosi, nessuna gamba

Non è che manchino le intenzioni. Molti piani nazionali puntano a coprire tra il 40 e il 90% dei consumi energetici degli edifici con fonti rinnovabili entro il 2030. Circa metà dei programmi prevede una contrazione del consumo di energia primaria del 90% o più. Ma questi restano documenti. La Commissione, con l’apertura delle infrazioni a tutti i 27 membri, ha certificato che dal 29 maggio 2026 non esiste in nessuno Stato membro una legge nazionale che trasformi quegli obiettivi in obblighi verificabili per proprietari di casa, condomini e imprese edili.

Il combinato disposto è velenoso. Chi ha puntato con decisione sull’offerta rinnovabile — come la Polonia di Tusk, che corre sull’offshore mentre l’Europa continentale litiga sui cappotti termici — si costruisce un’uscita di sicurezza dalla dipendenza del gas. Chi non l’ha fatto, o l’ha fatto in ritardo, resta intrappolato in un circolo vizioso: consuma più gas, paga prezzi più alti, ha meno risorse da investire in efficienza.

Non c’è nessuna morale consolatoria. C’è un’estate in cui il sole ha prodotto più elettricità che mai e i prezzi elettrici hanno mostrato divergenze da mercato unico spezzato. E c’è una domanda che nessuna procedura di infrazione può cancellare: quanto tempo ci vorrà prima che i ritardi sull’efficienza edilizia si trasformino in una tassa permanente per chi abita dalla parte sbagliata della nuova geografia energetica europea?