Il prezzo dell’elettricità in Italia resta il più alto d’Europa nonostante i record di produzione solare ed eolica
127,18 euro al megawattora. È il prezzo che famiglie e imprese italiane hanno pagato per l’elettricità nel primo semestre del 2026. Il più alto d’Europa.
Nello stesso semestre Germania, Spagna, Francia e Italia hanno polverizzato ogni record di produzione solare fotovoltaica. E l’Italia ha messo a segno l’aumento più forte della produzione eolica, un balzo del 17%. Mai così tanto vento e sole nei nostri contatori.
Mai così cara la bolletta.
Basta guardare chi sta dall’altra parte della classifica. Il prezzo portoghese si è fermato a 48,77 €/MWh. Quello spagnolo a 49,83. Entrambi i paesi iberici hanno registrato cali dei prezzi del 28 e del 29 per cento, secondo i dati sui ribassi iberici. In Italia, nonostante i record, nessun calo.
Il lato spento della transizione
Il nodo non sta nella quantità di rinnovabili installate, che corrono. Sta nel contenitore che dovrebbe trattenerle: gli edifici. L’Italia è ultima tra i 27 Stati membri UE per percentuale di popolazione che vive in immobili con efficienza energetica migliorata negli ultimi cinque anni. Appena il 2,6%, contro la media europea del 23,9%. Quasi dieci volte tanto.
Il Superbonus 110%, la misura bandiera che doveva invertire la rotta, ha prodotto risultati che parlano da soli. Al 31 dicembre 2025 aveva interessato poco più di 500.000 edifici, stando a il bilancio del Superbonus. Su un patrimonio immobiliare residenziale di circa 12,2 milioni di unità censito dall’Istat, vuol dire il 4% del totale. Con un dettaglio che pesa: il costo per kWh risparmiato con la detrazione al 110% sfiora i 10 euro di spesa pubblica per ogni singolo kWh.
Cosa manca quando la tecnologia c’è
Mentre il parco edifici resta un colabrodo, la produzione rinnovabile cresce e si scontra con un sistema che non sa dove metterla. Lo studio sulle priorità dell’eolico offshore nel Mediterraneo mette in fila un punto che per l’Italia vale doppio: regole chiare, infrastrutture di rete robuste e prontezza del sistema contano quanto la tecnologia. Non basta installare pale e pannelli se la rete non assorbe, gli accumuli non ci sono e la domanda non è modulata.
Lo stesso studio chiarisce che una regolamentazione stabile su permessi, aste e accesso alla rete è un prerequisito, non un optional. Parole che a Roma dovrebbero risuonare come un allarme, specie considerando che l’Italia non ha ancora presentato alla Commissione europea il Piano nazionale di ristrutturazione edilizia previsto dalla EPBD, la direttiva case green. Un’assenza che non è solo formale: è il segnale che manca una strategia su come ridurre i consumi di 12 milioni di edifici.
Non è un problema di pannelli, pale o inverter. È un problema di involucri, di serramenti, di cappotti termici che non ci sono. È un problema di regole pubbliche che continuano a guardare all’offerta — produrre più energia — e ignorano la domanda: come la consumiamo, in quali edifici, con quali dispersioni.
Chi vince e chi perde, intanto
Con questi numeri la transizione italiana corre su un binario solo. Da un lato gli operatori delle rinnovabili, che cavalcano record produttivi e si muovono in un mercato all’ingrosso dove il prezzo resta alto. Dall’altro famiglie e piccole imprese, che pagano la bolletta più cara d’Europa mentre abitano o lavorano in edifici che disperdono l’energia appena comprata a peso d’oro.
Ogni nuovo record di produzione rinnovabile, senza una politica sull’efficientamento, è un primato a metà. La domanda ora è: cosa succede ai consumatori italiani mentre il governo decide se e quando presentare quel Piano nazionale di ristrutturazione che l’Europa aspetta?




