I dispositivi galleggianti usati per proteggere i delfini finiscono nelle aree marine protette: 6.324 spiaggiamenti documentati in 174 zone

Nel carrello, una scatoletta di tonno “dolphin-safe” sembra la scelta più pulita. Quella dicitura nasce da una soluzione introdotta nella pesca commerciale negli anni Novanta per proteggere i delfini: i dFAD, dispositivi galleggianti che aggregano i tonni sotto la superficie. Ma lo scorso giugno uno studio pubblicato su Science Advances ha mostrato che quella soluzione ora finisce spiaggiata dentro le aree marine protette di mezzo mondo. Non è una storia per addetti ai lavori: riguarda una scelta che milioni di persone fanno al supermercato, spesso senza sapere cosa c’è dietro l’etichetta.

L’effetto boomerang del tonno “dolphin-safe”

Dietro quella scatoletta c’è una storia iniziata negli anni Novanta. I dFAD, come spiegano i ricercatori della Dalhousie University, sono stati introdotti nella pesca commerciale proprio per produrre tonno “dolphin-safe”. Il risultato, però, è che i dispositivi si sono moltiplicati al punto da diventare essi stessi un rischio ambientale.

La scala del fenomeno è impressionante. Si stima che ogni anno vengano impiegati tra 100.000 e 150.000 dFAD. Già un precedente studio del 2025, sempre coordinato da Laurenne Schiller, aveva quantificato l’impronta globale di 1,41 milioni di dFAD: hanno derivato attraverso almeno il 37 per cento dell’oceano globale, un’area grande quanto tutti i continenti abitati messi insieme. Se ogni anno se ne usano fino a 150.000, la domanda è inevitabile: quanti finiscono dove non dovrebbero?

6.324 spiaggiamenti nei santuari

La risposta arriva dai dati raccolti in 53 giurisdizioni marittime. Lo studio ha documentato almeno 6.324 spiaggiamenti di dFAD in 174 aree protette: 161 aree marine protette e 13 santuari degli squali. I ricercatori stimano inoltre che i dFAD possano essere entrati in 1.544 aree marine protette, pari al 53 per cento della rete globale per estensione. Non stiamo parlando di un problema limitato a poche zone: tra i territori con più spiaggiamenti identificati ci sono la Polinesia francese con 1.539 episodi, le Seychelles con 1.404 e le Maldive con 746.

Il numero di spiaggiamenti, però, è solo una parte del danno. Almeno 490 specie marine a rischio si trovano nelle 83 aree protette con spiaggiamenti di dFAD direttamente osservati. In pratica, gli stessi dispositivi introdotti per rendere la pesca del tonno meno dannosa per i delfini oggi attraversano anche i santuari pensati per tutelare squali, tartarughe e altri animali già sotto pressione. La cifra è un minimo documentato, non una stima completa: i dati raccolti descrivono ciò che è stato osservato, non tutto ciò che accade in mare.

Una volta misurata l’invasione, resta da capire quali regole possono invertire la rotta.

Regole in arrivo: meno plastica e più controllo

Le misure già adottate indicano la direzione. Il pacchetto approvato dall’IOTC, la Commissione per il tonno dell’Oceano Indiano, prevede il divieto immediato dei dFAD interamente non biodegradabili e la progressiva eliminazione delle componenti non biodegradabili fino a dFAD completamente biodegradabili nel 2030. Sul fronte quantitativo, il numero di dispositivi per nave scenderà dagli attuali 300 a 250 nel 2026 e a 225 nel 2028, il limite più basso mai adottato in un’organizzazione regionale di gestione della pesca. In più arriva il primo registro dei dFAD, pensato per tracciare gli attrezzi e migliorare i controlli.

Non sarà un cambiamento immediato: la fase di eliminazione delle componenti non biodegradabili arriva fino al 2030. Per chi compra tonno, la differenza potrà vedersi nel prodotto: meno dispositivi per nave, materiali che si degradano e un registro per tracciare gli attrezzi. Se le regole verranno applicate, la prossima scatoletta racconterà una storia diversa. Ma la sfida ora è trasformare le promesse in controlli verificabili: un divieto scritto sulla carta vale poco se in mare nessuno controlla quanti dFAD vengono davvero calati e quanti finiscono spiaggiati.