Lo sgombero di 3.000 invasori ha ridotto la deforestazione, ma la promessa di nuove demarcazioni minaccia i progressi

Lo sgombero funziona: i numeri che nessuno può ignorare

Da quel banco della carne, i numeri ufficiali raccontano una storia precisa. Le forze federali hanno sfrattato circa 3.000 invasori dalla terra indigena Apyterewa dei Parakanã. Nel 2022, un’area quasi grande quanto Parigi — 102,23 chilometri quadrati — era stata deforestata dentro la terra Apyterewa, secondo l’agenzia spaziale brasiliana INPE. Gli sforzi di sgombero hanno ridotto significativamente la deforestazione: nel 2025 si è scesi a 7,5 chilometri quadrati, e la terra Apyterewa è scivolata dal primo al dodicesimo posto nella classifica delle terre indigene amazzoniche per deforestazione.

Lo stesso schema vale per l’area di protezione ambientale Triunfo do Xingu. Nel 2021 la deforestazione aveva raggiunto 421,80 chilometri quadrati — più di quattro volte la superficie di Miami — secondo il SAD. Nel 2025 il tasso è sceso a 48,07 chilometri quadrati, quasi nove volte meno. Il messaggio dei numeri è semplice: quando le forze di sicurezza presidiano il territorio, la deforestazione crolla. Quando se ne vanno, torna.

Ma questi numeri sono solo la superficie: non dicono chi ha pagato il prezzo dell’invasione né perché potrebbe tornare.

Trentacinque anni di invasioni, e la promessa di ricominciare

Dietro il crollo della deforestazione c’è una storia lunga trentacinque anni. In appena trentacinque anni, i popoli Apyterewa-Parakanã hanno visto il loro territorio invaso, la foresta tagliata per il mogano illegale e l’area convertita in pascoli per 60.000 capi di bestiame. La terra indigena Apyterewa era già stata presa di mira dai minatori illegali dagli anni ’70, anche se è stata ufficialmente riconosciuta come tale solo nel 2007. In altre parole: per decenni nessuno ha impedito che la foresta diventasse pascolo con un atto di proprietà.

Il rischio è che la storia si ripeta. Dalla riduzione delle forze di sicurezza federali alla fine del 2024, nel territorio sono stati registrati almeno nove attacchi. A dicembre dello scorso anno, un cowboy assunto dall’IBAMA è stato ucciso in un’imboscata mentre rimuoveva bestiame illegale. Sono segnali che l’escalation non è finita: si è solo spostata di livello.

E poi c’è la politica. Lo scorso 11 giugno, ad Altamira, nel Pará, il senatore Flávio Bolsonaro ha promesso a un pubblico di produttori rurali che dal gennaio dell’anno prossimo avrebbero potuto lavorare dove volevano e che il suo governo non avrebbe demarcato ulteriori terre indigene. Ha anche promesso di ripristinare le linee di credito del Plano Safra a tassi di interesse più bassi e si è opposto a nuove demarcazioni di terre indigene nel Mato Grosso, citando 2,2 milioni di ettari in esame.

La domanda che resta aperta è se il prossimo governo tratterà la foresta come un bene da proteggere o come una frontiera da aprire.

Da qui a ottobre: cosa può cambiare

Se la risposta a quella domanda dipende dalle urne, conviene guardare cosa è stato promesso. Il Brasile potrebbe essere il prossimo, dopo le elezioni di ottobre: fino al 95% dell’Amazzonia potrebbe finire sotto amministrazioni favorevoli all’agroindustria e all’estrazione mineraria, secondo gli esperti. Non è una questione lontana dal portafoglio: il credito rurale agevolato e lo stop alle demarcazioni cambiano il calcolo economico di chi trasforma foresta in pascolo.

E intanto, al banco della carne, la storia di quei pascoli potrebbe tornare a pesare sul prezzo e sulla coscienza.

I progressi sono misurabili, ma valgono solo finché durano gli sgomberi. La prossima volta che scegliamo un taglio di carne o un candidato, stiamo anche scegliendo se quella foresta resta in piedi.