Oltre un milione di specie rischia l’estinzione per cause umane, minacciando la farmacopea naturale
Più del 60 per cento dei farmaci che usiamo ha origine da fonti biologiche: piante, microbi, organismi marini. Lo stimava l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 2013. Eppure, come documenta un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità (IPBES) calcola che oltre un milione di specie rischi l’estinzione entro pochi decenni per cause direttamente riconducibili alle pressioni umane. La fonte della nostra salute è diventata la vittima del nostro sviluppo. E il paradosso non è solo ambientale: è economico, normativo, finanziario.
La natura che ci cura, la natura che uccidiamo
Il meccanismo è tanto semplice quanto trascurato nei bilanci aziendali. La biodiversità non è un ornamento del pianeta: è l’infrastruttura che produce principi attivi, impollina le colture, filtra l’acqua, sequestra carbonio. Senza contare che distruggere questa infrastruttura ha ripercussioni dirette su intere catene di approvvigionamento. Quando una specie scompare, scompare con lei una potenziale molecola terapeutica. E la chimica di sintesi, per quanto avanzata, non può replicare ciò che non ha ancora catalogato.
Eppure siamo in ritardo. Il fallimento nel conformarsi ai requisiti normativi sulla biodiversità può tradursi in sanzioni finanziarie, restrizioni nell’accesso ai mercati e, nei casi più estremi, nel ritiro degli investitori. Non è un’ipotesi: è lo scenario che le autorità di regolamentazione stanno iniziando a delineare, e che le imprese faticano ancora a mettere a fuoco. Troppo a lungo la perdita di natura è stata trattata come un costo esterno, una variabile che non compariva nei fogli di calcolo. Ora i regolatori stanno cambiando le regole del gioco, e chi non si adegua rischia di restare fuori.
Come si passa dalla consapevolezza all’azione? La pressione normativa sta spingendo le aziende a cercare risposte, ma il percorso è irto di ostacoli. E gli strumenti per misurarlo sono ancora un cantiere aperto.
Obiettivi globali, strumenti acerbi
La cornice di riferimento è il Target 15 del Quadro Globale di Kunming-Montreal, adottato alla COP15 nel dicembre 2022. L’obiettivo è chiaro: ridurre progressivamente gli impatti negativi delle imprese sulla biodiversità e aumentare quelli positivi. Ma tra il dichiarato e l’agito c’è di mezzo la misurazione. Ed è qui che il sistema scricchiola.
L’uso degli indicatori di impronta di biodiversità da parte delle istituzioni finanziarie, come riconosce lo stesso gruppo di lavoro sulla rendicontazione, è ancora agli inizi. Non esiste uno standard unico, né una metrica universalmente accettata. Esistono quattro strumenti all’avanguardia, descritti in un’analisi del network Finance for Biodiversity: calcolano l’impronta di biodiversità delle aziende basandosi sull’analisi del ciclo di vita e su un modello successivo che stima l’impatto sulla perdita di biodiversità. Pochi, parziali, e in competizione tra loro.
Tra questi, il Global Biodiversity Score utilizza la metrica MSA.km² — l’abbondanza media delle specie per chilometro quadrato — derivata dai modelli GLOBIO ed EXIOBASE. Lo strumento BIA-GBS, invece, è co-proprietà di Carbon4 Finance e CDC Biodiversité, una sussidiaria della Caisse des Dépôts. Si muovono in uno spazio ancora frammentato, dove la competizione tra metodologie rischia di rallentare l’adozione invece di accelerarla. Ogni strumento produce risultati diversi a parità di input: per un’azienda che vuole capire la propria esposizione, è come pesarsi su quattro bilance diverse e ottenere quattro pesi diversi.
Intanto le aziende non stanno a guardare. Nei giorni scorsi la Science Based Targets Network ha annunciato la prima coorte di imprese che si sono impegnate a definire obiettivi misurabili per la natura. “Facendo questo passo insieme, queste aziende mandano un segnale chiaro: anche in tempi incerti, il mondo dell’impresa si sta muovendo per rendere operativi gli obiettivi globali per la natura”, ha dichiarato Erin Billman, CEO di SBTN. Un segnale, appunto. Perché tra il segnale e l’impatto reale c’è ancora uno iato che nessuno sa bene come colmare. Adottare un target non equivale a invertire la curva della perdita di biodiversità.
Cosa succede adesso
Di fronte a un quadro ancora in evoluzione, emerge una domanda inevitabile: la misurazione sarà sufficiente? Le aziende che non si adegueranno rischiano sanzioni, perdita di accesso ai mercati, fuga degli investitori. Ma anche quelle che adotteranno gli strumenti oggi disponibili potrebbero scoprire, tra qualche anno, di aver misurato la cosa sbagliata o di averla misurata male. La posta in gioco non è solo reputazionale: è l’accesso al credito, la licenza per operare, la sopravvivenza stessa di filiere che dipendono da risorse naturali in declino.
Nel frattempo, le pressioni sulle specie continuano. Oltre un milione rischia l’estinzione. E con loro, una farmacopea naturale che la chimica di sintesi non potrà replicare per intero. Se gli strumenti di misurazione sono ancora un cantiere aperto, chi pagherà il prezzo del fallimento? Le imprese, i cittadini, o le specie che non hanno voce?




