Le associazioni ambientaliste contestano la schizofrenia amministrativa tra riduzioni annunciate e aumenti autorizzati

Due numeri che non si sommano, si divorano. A gennaio la sindaca Serena Arrighi rivendicava con orgoglio, davanti alla Camera di Commercio, un calo dell’11% delle estrazioni rispetto al 2024. Poi, nei giorni scorsi, lo stesso Comune ha autorizzato le cave a scavare fino a un incremento del 20% di marmo in più. L’atto amministrativo, formalmente un’applicazione del Regolamento per l’attribuzione delle quantità sostenibili approvato nel 2025, mette in moto un meccanismo che allarga le forbici invece di chiuderle.

Il paradosso è servito. L’amministrazione comunale spiega che non si tratta di una marcia indietro ma di un adeguamento tecnico ai Piani di bacino estrattivo approvati nel 2020/21. Eppure la sostanza non cambia: mentre la sindaca parlava di riduzione, il Regolamento che consente di pompare i volumi era già in vigore. Il risultato è che le singole cave potranno chiedere, e ottenere, di superare i tetti fissati, purché rientrino nella cornice delle fantomatiche quantità sostenibili. Ma cosa è successo davvero in questi mesi sui bacini marmiferi?

L’enormità dei numeri

La contraddizione non è solo nelle cifre ballerine dell’ultimo semestre, ma nella storia recente di queste montagne. Negli ultimi trent’anni è stato estratto più marmo estratto che nei precedenti due millenni. Già nel luglio di un anno fa un’inchiesta indipendente stimava che il volume rimosso in trent’anni avesse superato quello scavato dall’antichità fino alla fine del Novecento. Un fiume di blocchi bianchi che scorre verso i porti e i mercati globali, alimentando un’industria da miliardi di dollari. Eppure Carrara resta una delle povertà di Carrara più marcate della Toscana, un territorio dove il reddito pro capite non riflette la ricchezza che ogni giorno viene strappata alle Apuane.

I dati dell’Osservatorio sul marmo, presentati a gennaio e attribuiti alla stessa amministrazione, indicavano 600 tonnellate di blocchi escavati, con una flessione dell’11% rispetto al 2024. Un risultato che la sindaca aveva salutato come un segnale di discontinuità. Ma la macchina amministrativa stava già preparando la cornice opposta: il Regolamento del 2025, costruito sui PABE del 2020/21, funziona come una leva che consente agli imprenditori di chiedere incrementi fino a un quinto dei volumi autorizzati. Non un ritocco marginale: un’espansione che, nell’arco di pochi anni, può annullare qualsiasi frenata congiunturale. Un fiume di marmo che scorre senza portare ricchezza al territorio: chi ci guadagna davvero?

Chi scava e chi affonda

La risposta è scritta nel paesaggio. Mentre le cave macinano utili, il territorio incassa i colpi. L’attuale gestione dei bacini marmiferi funziona come una fabbrica di alluvioni: lo ha scritto già a settembre del 2025 Legambiente Carrara, mettendo in fila i nessi tra escavazione intensiva, dissesto idrogeologico e impermeabilizzazione dei versanti. Le Apuane, private della loro pelle, non reggono più l’acqua: i detriti di cava ostruiscono i corsi d’acqua, le piogge ordinarie si trasformano in piene, la città respira polvere e conta danni.

La sindaca Serena Arrighi, sollecitata dalle polemiche, è intervenuta a difesa della delibera. In una dichiarazione riportata dalla stampa locale, rivendica la coerenza dell’impianto e parla di «quantità sostenibili in più che potranno escavare gli imprenditori». Ma la cornice è esattamente quella che le associazioni ambientaliste contestano. Già il 30 giugno la denuncia pubblica di Legambiente, Arci e Tam Cai aveva messo nel mirino la schizofrenia amministrativa: vantare in pubblico la riduzione dell’escavato e, nel frattempo, costruire gli strumenti per aumentarlo. Un cortocircuito che le tre associazioni leggono come il sintomo di una politica incapace di scegliere tra la tutela del territorio e la pressione degli operatori economici. E mentre il Comune argomenta che l’incremento è subordinato a criteri di sostenibilità, il movimento ambientalista chiede di guardare lo stato reale dei bacini e la frequenza con cui le procedure di autorizzazione si trasformano in via libera sistematici.

Il nodo non è solo ambientale, ma distributivo. Carrara resta intrappolata in un paradosso economico che le inchieste internazionali hanno fotografato: un’industria estrattiva che fattura miliardi e un territorio che arranca tra i livelli di reddito più bassi della regione. La polvere bianca che si deposita sui tetti e nei polmoni è il pedagogio silenzioso di un modello che arricchisce pochi e lascia alla collettività i costi della prevenzione idrogeologica, della sanità, della perdita di attrattività turistica. Un interrogativo rimane senza risposta: cosa faranno ora Legambiente, Arci e Tam Cai, che hanno già incardinato la contestazione e chiedono trasparenza sui criteri con cui si valutano le richieste di incremento? La partita non è chiusa. L’atto amministrativo c’è, ma la pressione civile può ancora spostare i termini dell’attuazione, cava per cava, concessione per concessione.

Il marmo continua a scorrere, ma sotto la polvere restano le crepe di un territorio che la politica non sa più come tenere insieme.