Oltre un miliardo speso in vent’anni per la conservazione, mentre la popolazione di oranghi è diminuita di circa centomila esemplari

Hai mai donato per salvare gli oranghi? Ti sei mai chiesto se quei soldi servono davvero? I numeri, purtroppo, dicono di no. Negli ultimi vent’anni sono stati spesi più di un miliardo di dollari in progetti di conservazione, e nello stesso periodo abbiamo perso circa 100.000 oranghi. Lo ha documentato lo scorso luglio un reportage di Mongabay, raccontando anche di un progetto che prova a cambiare radicalmente approccio: invece di finanziare grandi organizzazioni internazionali, pagare direttamente chi avvista un orango e lo fotografa. Il progetto si chiama KehatiKu, e i primi risultati sono sorprendenti. Ma prima di capire perché funziona, bisogna guardare in faccia il fallimento da cui nasce.

Il paradosso degli oranghi: più soldi, meno risultati

Già nel 2022, Erik Meijaard lo aveva detto senza giri di parole in un’intervista a Mongabay: «Abbiamo investito un miliardo di dollari e siamo comunque riusciti a perdere 100.000 oranghi». Non è un’esagerazione. Secondo uno studio pubblicato su Current Biology da Voigt e colleghi, tra il 1999 e il 2015 metà della popolazione di oranghi è stata colpita da disboscamento, deforestazione o piantagioni industriali. Nel Borneo, l’habitat si è ridotto anno dopo anno, e con esso il numero di esemplari.

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: più soldi si mettono nel sistema tradizionale della conservazione – grandi ONG, progetti governativi, campagne internazionali – e meno risultati sembrano arrivare. Non perché le intenzioni siano sbagliate, ma perché il meccanismo è lento, costoso e spesso scollegato da chi vive davvero a contatto con gli animali. Un miliardo di dollari in vent’anni significa circa 50 milioni all’anno. Con 100.000 oranghi persi, il conto è semplice: ogni orango che sparisce è costato 10.000 dollari in sforzi di conservazione falliti.

E se invece di finanziare progetti lontani, si pagassero direttamente le persone per ogni animale avvistato? È la domanda che ha portato alla nascita di KehatiKu.

Un’idea semplice: pagare chi vede un orango

Il meccanismo è tanto elementare quanto estraneo alle logiche della conservazione tradizionale. KehatiKu, il progetto documentato da Mongabay lo scorso luglio, funziona così: chiunque avvisti un orango può scattare una foto e caricarla su un’app. Per ogni scatto valido, il partecipante riceve circa 6 dollari. Per specie più comuni i pagamenti sono inferiori, ma il principio è lo stesso: trasformare ogni cittadino in un conservazionista retribuito. In un anno, il progetto ha raccolto circa 175.000 record. Non sono numeri da laboratorio: sono dati reali, raccolti sul campo da persone che vivono nei territori degli oranghi e che, per la prima volta, hanno un incentivo economico a proteggerli invece che a ignorarli o, peggio, a considerarli un ostacolo.

Secondo KehatiKu, questo approccio mostra successi concreti a una frazione del costo degli sforzi tradizionali. E non è difficile capire perché. Un grande progetto di conservazione deve pagare stipendi, uffici, veicoli, campagne di comunicazione, consulenti. KehatiKu paga solo il risultato: una foto che dimostra la presenza di un animale vivo nel suo habitat. È un modello che assomiglia più a un cashback che a una donazione, e i numeri sembrano dargli ragione.

Del resto, l’idea che i trasferimenti diretti di denaro funzionino meglio dei programmi calati dall’alto non è nuova. Lo stesso Paul Ferraro, professore di comportamento umano e politiche pubbliche alla Johns Hopkins University, ha documentato in una ricerca del 2020 che il programma indonesiano di trasferimento di denaro contro la povertà ha ridotto la deforestazione di circa il 30%. Soldi diretti alle comunità locali, meno alberi tagliati. Il nesso è chiaro: quando conviene economicamente proteggere l’ambiente, le persone lo proteggono. KehatiKu applica la stessa logica alla conservazione degli oranghi, e i 175.000 record raccolti in un anno suggeriscono che la formula funziona.

Ma c’è un problema, ed è il tallone d’Achille di tutti i modelli basati su pagamenti diretti: cosa succede quando i soldi finiscono?

Finché ci sono soldi, tutto bene? I rischi del pagamento a risultato

Paul Ferraro, lo stesso ricercatore che ha dimostrato l’efficacia dei trasferimenti di denaro in Indonesia, mette in guardia: l’approccio di KehatiKu richiede un flusso costante di finanziamenti, e questo potrebbe creare problemi in futuro. Non è una preoccupazione teorica. Secondo uno studio di Etchart e colleghi, in Ecuador i guadagni di conservazione del programma Socio Bosque – che pagava i proprietari terrieri per preservare le foreste – si sono erosi una volta che i pagamenti sono cessati. Quando l’incentivo economico scompare, anche i comportamenti virtuosi tendono a svanire.

Non solo: i programmi di pagamento a risultato possono produrre effetti collaterali imprevisti. Lo scorso anno, in Indonesia, un programma pay-to-release pensato per salvare specie marine in pericolo ha finito per aumentare del 44% le catture di squali martello e ha salvato meno pesci sega del previsto. Pagare per ogni esemplare rilasciato, in quel caso, ha creato un incentivo perverso: i pescatori catturavano più squali proprio per incassare la ricompensa al rilascio, ma molti animali morivano comunque durante la cattura.

La differenza tra KehatiKu e il programma indonesiano per gli squali è sostanziale: fotografare un orango nel suo habitat non richiede di catturarlo, e l’incentivo è legato all’avvistamento, non alla manipolazione dell’animale. Ma il punto sollevato da Ferraro resta valido per entrambi i modelli: funzionano solo se i soldi non si fermano. E in un settore che dipende in gran parte da donazioni e fondi pubblici, la continuità finanziaria non è mai garantita.

Allora, cosa cambia per chi dona? La conservazione a pagamento funziona – i dati di KehatiKu e delle ricerche di Ferraro lo dimostrano – ma solo se il denaro arriva con regolarità. Prima di sostenere un progetto, vale la pena verificare che abbia un modello di finanziamento solido e duraturo. Un’app che paga 6 dollari a foto può fare più di una campagna da milioni di dollari, ma solo se quei 6 dollari continuano ad arrivare. La prossima volta che vi chiedono una donazione per salvare gli oranghi, la domanda da fare non è «quanti soldi servono?», ma «per quanto tempo sono garantiti?».