La decisione non è nata dal nulla. Gli Stati membri avrebbero dovuto recepire la direttiva rivista entro il 31 dicembre 2023. Non tutti l’hanno fatto. La Commissione ha aperto le procedure d’infrazione e le ha portate avanti per anni, tappa dopo tappa. Ora il braccio di ferro tra Bruxelles e alcune capitali si sposta nelle aule della Corte di giustizia.

Un mercato del carbonio a due velocità

Per capire come siamo arrivati qui, basta ripercorrere le tappe formali. La direttiva ETS rivista — la direttiva (UE) 2023/959 — fissava al 31 dicembre 2023 il termine per il recepimento nel diritto nazionale. Già nel gennaio 2024 la Commissione ha inviato lettere di messa in mora agli Stati che non avevano recepito pienamente. A maggio 2025 sono arrivati i pareri motivati: la Commissione ha inviato pareri motivati a dodici Paesi — Belgio, Bulgaria, Cechia, Estonia, Spagna, Lettonia, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Finlandia — per mancato recepimento o recepimento solo parziale.

Poi, nel giugno 2026, la Commissione ha tirato le somme. Per la direttiva ETS principale ha rinviato la Spagna alla Corte di giustizia. Per la direttiva sull’aviazione ha rinviato sia la Spagna sia la Polonia. Il messaggio è chiaro: chi non recepisce non può restare impunito. Ma la domanda resta un’altra: perché alcuni governi continuano a non farlo? La risposta non sta a Bruxelles.

Chi frena e perché

La risposta arriva dalle capitali: non è solo negligenza, ma una strategia dichiarata. Dieci Stati membri, guidati dalla Polonia, stanno facendo pressione per indebolire e rallentare l’ETS. Definiscono l’attuale quadro normativo un «rischio esistenziale» per l’industria. Non è una posizione marginale: dieci Paesi su ventisette equivalgono a un blocco capace di condizionare le decisioni sul clima.

La Polonia è il caso più emblematico. È uno dei due Paesi rinviati alla Corte di giustizia per la direttiva sull’aviazione e, allo stesso tempo, guida il fronte di chi chiede di ammorbidire il sistema. Secondo E&E News, la Commissione sta giocando duro con i due Paesi che sfidano l’ETS. Da un lato Bruxelles procede con le infrazioni, dall’altro dieci capitali spingono per cambiare le regole. Il risultato è un mercato del carbonio in cui convivono velocità diverse.

Il braccio di ferro non riguarda solo Bruxelles e Varsavia. Se il recepimento della normativa ETS procede a velocità diverse, le imprese che operano in più Paesi si trovano a pagare costi diversi per la stessa tonnellata di CO2. E chi ha già recepito le regole rischia di sopportare oneri maggiori rispetto ai concorrenti che operano in Stati dove le norme non sono ancora entrate in vigore. È una distorsione della concorrenza che il mercato unico dovrebbe evitare.

Cosa può aspettarsi un’impresa

Il punto è semplice: le procedure d’infrazione non restano a Bruxelles. Per chi gestisce un’azienda, il recepimento disomogeneo dell’ETS significa incertezza sui costi futuri. La Commissione ha formalmente presentato la sua proposta di revisione dell’ETS il 17 luglio 2026. Da lì si capirà se il mercato del carbonio si rafforza o si allenta — e se i dieci Paesi guidati dalla Polonia riusciranno a ottenere un ammorbidimento delle regole.

Il recepimento dell’ETS non è un dettaglio burocratico. Da lì dipende se i costi della transizione saranno equi o se qualcuno pagherà per tutti. Conviene seguire le prossime decisioni della Commissione, perché è lì che si gioca il prezzo delle emissioni.