Mobilità elettrica: infrastruttura pronta, ma il 15% delle stazioni attende l’allaccio alla rete.

Lo scorso 22 luglio, su Vaielettrico, un lettore di nome Pasquale suggeriva di riformulare il titolo di un articolo: «Le colonnine ci sono, ma i polli da spennare non si sono presentati all’appello». Una battuta, ma utile: descrive il nodo di un mercato in cui l’offerta di ricarica ha superato la domanda reale.

I dati raccolti da Motus-E lo mostrano con chiarezza. In Italia il parco circolante di auto elettriche pure è di 444.863 unità, a fronte di 84.564 punti di ricarica. Fatti i conti, si parla di circa 5,3 auto elettriche per punto di ricarica. È un rapporto che rovescia l’aspettativa: non è l’infrastruttura a essere in ritardo, è la domanda a correre più piano.

Il fenomeno non è solo italiano. Secondo un’analisi di Transport & Environment pubblicata lo scorso 20 luglio, la rete di ricarica pubblica in Europa si è sviluppata in anticipo rispetto alla forte crescita delle vendite di auto elettriche registrata nel 2025 e nel 2026. Le colonnine, in molti casi, sono arrivate prima delle auto che dovrebbero servire.

Ma se i punti di ricarica ci sono, perché il sistema non decolla? La risposta non sta nel numero di installazioni, ma nei numeri di utilizzo.

Il 15% fermo e la redditività che non arriva

Il passaggio dal dato aggregato a quello operativo è il punto più delicato. Secondo il report Motus-E, il 15% di queste stazioni è fermo in attesa di connessione. Tradotto: una quota rilevante dell’infrastruttura esiste, è stata installata, ma non può ancora erogare energia. Il numero di punti fisici non coincide con quello dei punti davvero utilizzabili, e questo pesa direttamente sul tasso medio di utilizzo.

Il secondo problema è la redditività. Sempre secondo Motus-E, il tasso di utilizzo dell’infrastruttura non riesce a garantire redditività agli investitori e, di conseguenza, ad abbattere i costi per operatori e consumatori. È il paradosso di una rete che si è estesa più in fretta della domanda: ci sono stazioni in abbondanza, ma vengono usate troppo poco per giustificare economicamente l’investimento. Una stazione ferma o poco frequentata non genera ricavi, e senza ricavi gli operatori faticano a investire in affidabilità, manutenzione e prezzi più bassi.

Il cerchio rischia di chiudersi nel verso sbagliato: l’infrastruttura è pronta ma non viene usata a sufficienza, quindi non rende, quindi non può contribuire a rendere la ricarica più conveniente e diffusa.

Electra: 779 stazioni e una domanda che non basta

Per capire la corsa all’infrastruttura basta osservare un operatore concreto. Electra dichiara 779 stazioni di ricarica disponibili e 64 in arrivo. Sono numeri da espansione rapida, coerenti con una strategia che punta a presidiare il territorio prima ancora che la domanda si consolidi.

Ma la domanda giusta non è quante colonnine si aggiungono, bensì se il tasso di utilizzo salirà abbastanza da rendere sostenibile l’intera filiera. Nei prossimi mesi il numero da guardare non sarà il totale dei punti di ricarica, ma quanto vengono effettivamente usati. Se non salirà, la rete resterà un’infrastruttura pronta ma vuota, esattamente come aveva intuito Pasquale.